— «No?» — interruppe il tribuno con interessamento.

— «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando con quelle del primo. L'ordine che la porta del V. non venisse aperta era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro. Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini. Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» —

— «Perciò tu credi...» —

— «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto anni.» —

Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse:

— «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una menzogna.» —

Gesio s'inchinò ma disse:

— «Egli potrebbe essersi sbagliato.» —

— «No; egli aveva ragione» — replicò il tribuno vivamente. — «Ciò risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» —

Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non sembrò darsi per vinto.