Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta, come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza dubbio: — «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» —
Difatti erano esse.
Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che le prigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i loro giudici.
Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali. Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè, pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per sempre.
La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a guisa di roccie.
In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che doveva condurre al piano superiore.
I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria. Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoie meno una, la quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava la cella nella più desolante oscurità.
Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta, l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. — «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» — Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l'aria malsana, per le torture della fame e della sete non avendo avuto di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le cinse il collo dandole un bacio.