— «Qui» — rispose la madre alzandosi.

Subito essa sentì un rumore proveniente da un'altra parte come di colpi battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un'arma di ferro.

Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto ciò; — una via di libertà si apriva loro d'innanzi.

Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l'arrivo dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone, esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si fissavano sul punto donde procedevano i colpi.

Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la buona volontà non mancava di certo.

I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s'avvicinava sempre più. Si udivano le voci degli operai.

E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva capolino attraverso un crepaccio rompendo l'oscurità con un bagliore intenso, bello come i primi raggi del mattino.

— «È lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah colla vivacità della giovinezza.

Ma la madre rispose dolcemente: — «Dio è buono!» —

Una pietra cadde nell'interno della cella, poi un'altra, poi un'ammasso intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero in disparte per lasciar entrare il tribuno.