L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò vicino al cesto e lo scoprì.

— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —

Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si rivolse di nuovo.

— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora, riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —

La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore che traspariva dal suo aspetto.

— «Chi sono esse?» — domandò una donna.

Amrah sommessamente rispose;

— «Esse furono una volta molto buone con me!» —

Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro. Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido: «Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.

— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. — «Cuor d'oro!» —