— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —
— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi. Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una parola. Hai capito?» —
— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che voi vivete!» —
— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —
La serva abbassò il capo silenziosa.
— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente. Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto, addio!» —
— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah colle mani davanti al viso.
— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.
Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del ritorno.
La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba, benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa, passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere la morte.