— «Oh!» — egli disse ridendo. — «Sarebbe poca cosa per una persona che sa tanti e tanti segreti di Stato!» —

— «E non basta. — Anderò dalla piccola Ebrea che coltiva le rose sul terrazzo del grande negoziante in Antiochia. Ti accuserò d'impenitenza ai Rabbini, dinanzi a lei....» —

— «Dinanzi a lei?» —

— «Ripeterò ciò che mi hai detto sollevando la coppa, e prendendo gli Dei a testimoni.» —

Egli rimase zitto come se aspettasse che l'Egiziana proseguisse.

La sua fantasia gli dipinse Ester al fianco di suo padre tutta intenta ad ascoltare i dispacci ch'egli mandava, e, qualche volta, leggendoli essa medesima. Alla sua presenza, egli aveva raccontato a Simonide la storia del Palazzo di Idernee. Essa ed Iras si conoscevano; questa era astuta e mondana, quella semplice ed affettuosa, tale da esser facilmente indotta a chiacchierare.

Simonide non poteva aver mancato alla promessa e Ilderim neppure giacchè a nessuno, più che ad essi, le conseguenze di una tale rivelazione potevano tornare fatali. Poteva Ester aver informato l'Egiziana? Egli non l'accusava, ma un dubbio lo invase, riempiendolo di sfiducia e di sospetto.

Prima ch'egli avesse potuto rispondere all'allusione della piccola Ebrea, Balthasar giunse allo stagno.

— «Noi vi siamo debitori di molto, figlio di Hur,» — disse egli con aria grave. — «Questa valle è molto bella e i suoi prati, gli alberi e l'ombra, c'invitano a fermarci e riposare; qui la primavera risplende come un diamante, e mi parla d'un Dio d'amore. Non sono sufficienti le parole per ringraziarti di ciò che ci hai dato da godere; bevi con noi ed assaggia il nostro pane.» —

— «Lasciate prima ch'io vi serva.» —