— «Ho sonno.» —
— «Tua madre ha chiesto di te.» —
— «Dov'è?» —
— «Nel padiglione sopra il tetto.» —
Egli si scosse e si alzò.
— «Bene, portami qualche cosa da mangiare.» —
— «Che cosa desideri?» —
— «Quel che ti piace, Amrah. Non sono ammalato, ma sono indifferente alla vita. Essa non mi sembra così piacevole come mi apparve stamane. Un nuovo male, o mia Amrah; e tu che mi conosci così bene, tu che non mi sei mai venuta meno, pensa a ciò che può sostituire i cibi e le medicine. Portami ciò che vuoi!» —
Le domande di Amrah, e la voce con cui erano state fatte, bassa, dolce e premurosa, rivelavano rapporti di famigliarità fra quei due. Essa pose la mano sulla fronte di lui, e poi, quasi fosse soddisfatta dell'esame, uscì dicendo: — «Vedrò.» — In breve ritornò recando su di un vassoio di legno una scodella di latte, alcune focaccie di pane bianco, un delicato pasticcio di grano macinato, un uccello lessato, miele e sale. Ad una estremità del vassoio stava una coppa d'argento piena di vino, all'altra una lucerna di bronzo accesa.
Così illuminata, la stanza era visibile: le pareti di stucco levigato, la volta interrotta da grandi travi di quercia, annerite e macchiate dalla pioggia e dal tempo; il pavimento coperto di piccole piastrelle azzurre e bianche, resistenti e ben conservate. Alcune sedie con le gambe intagliate a somiglianza di gambe di leoni; un divano di poco rialzato sopra il suolo, guarnito di stoffa azzurra e in parte coperto da un immenso scialle di lana — in una parola, una camera da letto ebrea.