Il tuo amico, — il tuo amico d'una volta, — ci rimproverò — se bene intesi, — la mancanza di poeti, artisti e guerrieri; col che volle significare che noi non abbiamo avuto grandi uomini, un altro dei segni di cui parlo. Per comprendere bene questa accusa è necessario premettere una definizione. Un grande uomo, o mio figlio, è uno che nella sua vita dimostra di esser stato protetto, se non chiamato da Dio. Il Signore adoperò un Persiano per punire i nostri padri apostati, riducendoli in cattività; un altro Persiano fu eletto per ricondurre i loro figli in Terra Santa; più grande di entrambi, però, fu il Macedone per opera del quale fu vendicata la devastazione della Giudea e la rovina del Tempio. Lo speciale merito di questi uomini fu che ciascuno di loro fu scelto dal Signore per eseguire un disegno divino; nè scema la loro gloria pel fatto che furono pagani. Tieni presente questa definizione mentre procedo.

Vi è un'opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile occupazione dell'uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo. È una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente a concepire; d'onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d'aver posto pei primi l'Intelligenza sopra la Forza. In Atene l'oratore e il filosofo furono più venerati del guerriero. L'auriga e il corridore veloce sono ancora gli idoli dell'arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al più dolce cantore. Sette città si contesero l'onore di aver dato i natali ad un poeta. Ma l'Elleno non fu il primo a negare la vecchia fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò ai nostri padri; nella nostra religione l'urlo della paura ha ceduto il posto all'Osanna e al Salmo. Così l'Ebreo ed il Greco, alla testa dell'umanità, l'avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma, ahimè! L'ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una condizione eterna. Perciò, sopra l'Intelligenza, e sopra Dio, il Romano ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.

L'impero dei Greci fu la primavera dell'ingegno. Quale schiera di pensatori l'Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva! Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano, ha piegato la testa, e si è abbassato all'imitazione. Un Greco è ora il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In null'altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia; la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono quelli dell'Olimpo, — lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la palma dell'originalità dell'Intelletto.

L'egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza, davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati! Sotto l'urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto dalla grandine!

Noi siamo caduti insieme agli altri, — ahi, ch'io debba dirtelo, figliuol mio! — Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma, questo io so, — potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l'olio e la dolcezza; ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli, inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui? Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualità degli uomini non siano state conservate in qualche modo e colorite dall'influenza divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non ritenga in sè qualche scintilla celeste?» —

Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo del ventaglio.

— «Nell'arte scultoria e della pittura,» — proseguì — «Israele non ha avuto cultori.» —

La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a differenza di quella dei Farisei, permetteva l'amore per il bello in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue origini.

— «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente,» continuò, «non deve dimenticare che l'abilità delle nostre dita fu contenuta dal divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto tempo prima che Dedalo apparisse nell'Attica e con le sue immagini di legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i mastri-artefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia in tutti i rami dell'arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano sopra l'arca. D'oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue, divine insieme ed umane nell'aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali dall'alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero bellissime? o che non fossero le prime statue?» —

— «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» — disse Giuda, con profondo interesse.» — E l'Arca? Maledetti siano i Babilonesi che l'hanno distrutta!» —