La schiava fedele recava la colazione che depose sopra uno sgabello. Poi attese coll'asciugamano sulle braccia.

Essi immersero le dita in una ciotola e le stavano sciacquando, quando un rumore li colpì. Stettero in ascolto ed intesero i suoni d'una musica militare proveniente dalla strada che fronteggiava il lato settentrionale della casa.

— «Sono soldati del Pretorio! Voglio vederli!» — egli gridò, ballando dal divano e correndo verso l'uscio. In un attimo si trovò chino sopra il parapetto di tegole che fronteggiava il tetto, così intento nello spettacolo da non accorgersi della presenza di Tirzah, che lo aveva seguito, ed ora stava al suo fianco.

Dal punto dove si trovavano si godeva un'ampia vista di tetti e di comignoli, spingentisi fin sotto alla mole irregolare della Torre di Antonia, la quale, come abbiamo già osservato, serviva di cittadella alla guarnigione ed era sede del governatore. La strada, larga non più di dieci piedi, era attraversata da ponti, quali coperti, quali no, e questi cominciavano ad affollarsi di uomini, donne e fanciulli, allettati dalla musica. Adoperiamo questa parola, quantunque non sia la più propria. Era piuttosto un clamore confuso di fanfare, misto alle note più acute dei litui, tanto cari ai soldati.

La processione si avvicinava alla casa degli Hur. Dapprima un'avanguardia di fanteria leggiera, in maggioranza arcieri e frombolieri, marcianti a larghi intervalli tra le file; quindi un corpo di legionari pesantemente armati, con larghi scudi, ed hastae longae, o giavellotti identici a quelli usati nella lotta davanti a Troia. Poi i suonatori; poi un ufficiale a cavallo, alla testa di un gruppo di cavalieri; dopo di lui ancora fanteria pesante, marciante in fila serrate e prolungantesi a perdita d'occhio.

Le membra abbronzate degli uomini; il movimento cadenzato degli scudi, ondeggianti da destra a sinistra; lo scintillìo delle squame, delle fibbie, delle corazze, degli elmi, perfettamente politi; le piume sventolanti sopra i cimieri; la selva di insegne e di picche serrate; il portamento, grave insieme e vigile; l'unità quasi meccanica dell'intera massa, fecero una profonda impressione sopra Giuda. Due oggetti attirarono specialmente la sua attenzione.

Anzitutto l'aquila della prima legione, un'immagine dorata sopra un'asta, con le ali ripiegate sopra il capo. Egli sapeva che, tratta dall'arsenale nella torre, era stata ricevuta con onori divini.

Poi l'ufficiale che cavalcava da solo in testa alla colonna. Aveva un'armatura che lo rivestiva tutto ed aveva solo il capo scoperto. Al fianco destro gli pendeva una corta spada, mentre, in mano, teneva un bastone di comando, che sembrava un rotolo di carta bianca. Invece di seder sulla sella sedeva su un pezzo di stoffa purpurea, la quale, insieme ai finimenti terminanti con un morso dorato e le redini di seta gialla con fiocchi, completava la bardatura del cavallo.

Già, da lontano, Giuda potè osservare che la presenza di quest'uomo metteva un grande fermento negli spettatori. Si chinavano sopra i parapetti o si rizzavano in piedi audacemente, tendendo i pugni contro di lui; lo eseguivano con urla e strida; gli sputavano sopra dai ponti e dalle finestre; le donne gli lanciavano addosso fino i loro sandali, talora colpendolo. Quando si avvicinò le grida si fecero distinte: — «Ladro, tiranno, cane di un Romano! Abbasso Ismaele! Rendici il nostro Hannas!» —

Giuda osservò che, come era naturale, l'uomo così apostrofato, non condivideva l'indifferenza superbamente affettata dai soldati; il suo volto era oscuro e imbronciato, e gli sguardi che lanciava tratto tratto ai suoi persecutori erano pieni di minaccia. I più timidi si ritraevano spaventati.