— «Ho ucciso il governatore Romano. La tegola gli è caduta addosso.» —

Il volto di lei si fece color cenere. Gli gettò le braccia al collo e lo fissò, senza dir parola, negli occhi. I timori di lui erano passati, in lei, ma il veder Tirzah atterrita infuse coraggio in Giuda.

— «Non l'ho fatto a bella posta, Tirzah — è stato un accidente,» — egli disse con più calma.

— «Che cosa faranno?» — chiese la giovinetta.

Egli si chinò nuovamente e guardò il tumulto crescente nella via pensando alla faccia imbronciata di Grato. Se non fosse morto, quale vendetta sarebbe stata la sua? E, se fosse morto, a quali estremità la furia e la violenza del popolo non spingerebbe i legionari? Guardò giù nella strada e vide le guardie che aiutavano a rimettere il Romano a cavallo.

— «Egli vive, egli vive, Tirzah! Benedetto sia il Signore Iddio dei nostri padri!» —

Con questo grido, e rasserenato in volto, si ritrasse e rispose alle domande di lei.

— «Non temere, Tirzah. Gli spiegherò come avvenne; si ricorderà di nostro padre e dei suoi servigi, e non ci farà del male.» —

Stava conducendola verso il padiglione, quando il tetto tremò sotto i loro piedi, e udirono un fracasso come di legna spaccata, seguito da grida di sorpresa e di agonia, provenienti dal cortile sottostante. Si arrestarono e stettero in ascolto. Le grida furono ripetute; poi intesero lo stropiccìo di molti piedi, e il suono di voce iraconde mescolate ad altre come di preghiera; poi urli di donne prese da pazzo terrore. I soldati avevano sfondata la porta settentrionale e si erano impadroniti della casa.

L'affanno che coglie una belva inseguita lo prese. Il primo impulso fu di fuggire; ma dove? Solo le ali lo avrebbero salvato. Tirzah, cogli occhi dilatati dalla paura, lo afferrò per il braccio e gli chiese: