Ma compassionevole spettacolo era quello de' Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierie de' loro compatriotti o da quelle degl'Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi che andavano e venivano, le minaccie de' soldati da terra che fuggivano, lo strepito de' soldati da mare che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria che si possono meglio con la mente immaginare che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi, disperando della pietà del vincitore, accettato l'esilio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, tirandosi dietro le navi rapite di Francia, i giorni 18 e 19 dicembre si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno 20 poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato il forte Lamalgue che ne avea protetto la ritirata, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione de' repubblicani: entraronvi fieri e minacciosi.
Arsero nell'incendio tolonese acceso dagl'Inglesi quindici navi grosse di fila; arsero sei fregate, con molti altri legni minori. Rapirono e s'appropriarono gli Inglesi la grossissima nave di cento venti cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo e non pochi altri legni minori. I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste; i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.
Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emula, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio dei mari, e che tuttavia avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile e ricca, e sede principale della marineria franzese.
I rappresentanti del popolo, Barras, Freron, Robespierre giovane e Saliceti scrissero il dì 21 dicembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.
MDCCXCIV
| Anno di | Cristo MDCCXCIV. Indiz. XII. |
| Pio VI papa 20. | |
| Francesco II imperadore 3. |
L'infelice riuscita delle due imprese di Lione e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi, e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinione di aver nella popolazione e nella efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente che non nelle parole ma nei fatti, non nelle armi altrui ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior disubbidienza li concitasse. E siccome era divenuto necessario che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior ragionevolezza al conquistare per sè. Pareva necessario torre per la risecazione di territorii forza ad una nazione potente per sè stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente de' confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura diventando guerra politica e territoriale. Per tali condizioni dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenciennes il dì 21 di maggio del presente anno tra l'Austria e la Sardegna un trattato, nel quale inoltre prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandar in Italia il più gran numero di genti potesse, oltre le ausiliarie che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi tanto verso la Savoia, quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano per prima cosa e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, affine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca governator generale della Lombardia austriaca facoltà di trattare ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare la impresa.
I Franzesi i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che reggevano le genti adunate nella Savoia e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regii su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio d'una potenza neutrale, così là usarono le armi e qua le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo franzese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Franzesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi. Così sedate le ire e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Franzesi usare le opportunità del territorio genovese per assaltare gli Stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto, scritto da Nizza, il dì 30 marzo, dai rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti.
Alle benigne parole succedevano ben tosto apparati terribili. Erano i Franzesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio di aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del 6 dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore che la Francia chiedeva che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata neutralità; ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì 6 aprile sul territorio italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato a sollevarsi da' più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani, per viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano, s'era opposto il governatore genovese; ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Salicetti, ritirossene il presidio franzese, lasciando di nuovo il castello in potere dei Genovesi.