Intanto, proseguendo i Franzesi l'impresa loro, una parte, voltatasi alla sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un picciol presidio piemontese che vi stava a guardia, l'altra, marciando sul litorale, s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Franzesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire la importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore, acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Nonostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione, con assaltarlo da fronte.
Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Franzesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi genovesi che loro portavano i frumenti. Oltre a questo, la strada non era nè lunga nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierie nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravanzava per la moltitudine ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Franzesi, partiti da San Remo, ed occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierie, le quali, traendo a punto fermo, facevano una strage incredibile nelle file dei Franzesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi di artiglierie minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia, squadronatisi di nuovo, si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori, mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani; e qui, per fare testimonianza al vero, è debito raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanti a quei tempi in Francia correvano esempi degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovarono all'estremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti che tornassero intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una squadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina ed appartenente al re di Sardegna.
Quantunque questa fazione fosse di importanza per le bisogna loro verso il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti: s'accorgevano che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regi, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierie, e cui erano accorsi a difendere quindici centinaia di Austriaci, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Massena, già vincitore di Santa Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con otto mila soldati scelti, e tanto e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regi, nè le artiglierie loro governate con molta maestria poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minaccie.
Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che, abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori, colle artiglierie grosse e minute e colle munizioni da guerra e da bocca; gran quantità di panni singolarmente utili al vestire dei soldati; undici centinaia di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, ormai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero nel Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose volerla difendere sino all'estremo.
I Franzesi, conquistata Oneglia ed i luoghi importanti pe' quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizii, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile, si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristettero gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di avere serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime de' monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti che i Piemontesi avevano costrutto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; quindi, voltate le artiglierie, ond'erano muniti, contro la cappella del San Bernardo, dove i regii avevano il campo più grosso, facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano de' nemici un sito che fu prima perduto che si pensasse di poterlo perdere. Nè i Franzesi arrestarono il corso loro; anzi, spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi fin più là della Tuile, della quale si impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che, dopo di avere raccolte con sè tutte le milizie e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso delle cose che precipitavano.
Tentarono nel medesimo tempo e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcavano, non arrestati nè da' turbini nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabacco, difeso da pochi invalidi, se ne impadronirono facilmente. Poscia, scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio ed altre terre superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche qui si fecero dal governo le convenevoli provvisioni per modo che, assaliti valorosamente i Franzesi dai regii nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di avere presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti all'aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed all'aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Colla medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei spianò la strada all'esercito d'Italia a potersi comunicare con quello delle Alpi.
Il fatto d'armi di maggior rilievo, e per la sua grandezza e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Ne avevano i Piemontesi munito la eminenza con molte e grosse artiglierie e con trincee e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, de' quali uno chiamato de' Rivetti guardava il borro a destra dell'eminenza; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regii, il quale, avuto il nome di un valente generale italiano che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierie volte verso una selva di spessi e folti virgulti che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di provata esperienza, che li comandava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Franzesi, soliti a que' tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione fin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti: Dumas medesimo per la strada maestra contro il ridotto della Ramassa; il capitano Cherbin addosso al ridotto de' Rivetti; Bagdelone per al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regii si accorsero dell'approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglieria e con l'archibuseria. Ne nacque in mezzo a que' dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierie, e per l'eco che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano quanto più si avvicinavano i Franzesi ai ridotti regii; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti de' Rivetti e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio delle Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi che gli si pararono davanti, strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria de' suoi. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta da' difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già, prima della rotta de' regii a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in que' forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Franzesi, non senza però che il valore italiano avesse fatto di sè fierissima mostra.
Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa quanto era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regii, acquistarono i Franzesi tutte le artiglierie dei ridotti che erano fioritissime, con alcune altre che vicine stanziavano per gli scambii, molta moschetteria, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità considerabile. Morirono pochi, rispetto alle gravità del fatto, dall'una parte e dall'altra; circa otto cento prigionieri ornarono la vittoria dei repubblicani. Non fecero i Franzesi fine al perseguitare se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e la Novalesa vennero a divozione dei repubblicani. Perduto il Cenisio, tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di munizioni, era impossibile ad essere superato. Nè i Franzesi si attentarono di combatterlo; poichè, contenti all'essere divenuti signori del passo alpestre del Cenisio ed all'aver messo spavento coll'armi loro sulle rive della Dora riparia, nè essendo in numero sufficiente a poter tentare cosa di importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre parti dove ardeva la guerra.
Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Franzesi, nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata, che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione. Voltarono dunque il pensiero ad insignorirsene per assedio: al che per togliere ogni facilità, i capitani del re, e fra i primi Colli, avevano diligentemente fortificato le cime dei monti che dividono il Genovesato dalla valle della Roia, massime il passo principale di colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Franzesi, dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si appresentarono alla batteria il dì 27 aprile, ed incominciarono un furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i Franzesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di Felta, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchi soldati di nome e di valore d'ambe le parte, e fra essi il capitano Maulandi, italiano, nel quale non saprebbe dirsi se fosse maggiore il valor militare, o la modestia civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura.
La vittoria del colle Ardente diè campo ai Franzesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda. Certamente essendo quel forte munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse, e non cedesse la piazza se non quando se ne avesse avuto il comandamento da lui; perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per lo effetto dell'essere i Franzesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per l'armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.