Rimaneva ai Franzesi per compir l'opera che si impadronissero del colle di Tenda, sommo apice delle Alpi marittime; nè s'indugiarono a questa impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regii e del favor della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi che facevano le viste di voler difendere il colle; e con molta audacia e perizia occupando i Franzesi l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del monte, i Piemontesi, abbandonata dopo debole difesa la cresta in balia del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.
Tutte queste fazioni, molto perniziose allo Stato del re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo Stato da uomini condotti da illusioni funeste, ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni ed a tanti terrori.
Vittorio, perduta la metà degli Stati e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerie, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro che meglio avessero combattuto pel re e per la patria.
Questo stormo non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedii non bastando alla salute del regno, instantemente si ricercarono i generali austriaci che, fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte che pericolava gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nell'aprile tutte quelle che avea disponibili, e che unite componevano un esercito di venti mila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte, a norma del trattato di Valenciennes. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero l'armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarii supplire, ordinava che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguivano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con sè le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì che i beni confiscati si incorporassero alla corona.
Fu anche giudicato che, per prevenir le congiure, fosse necessario di soffocarne i semi e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non congiurassero, si univano perchè combattessero.
Le fazioni tanto favorevoli ai Franzesi diedero molto a pensare ai governi italiani. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in favore dei confederati: indirizzava alla volta della Lombardia, parte per terra, parte per mare, dieciotto mila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato pagassero i baroni, i nobili ed i ricchi cento venti mila ducati il mese; il restante, per non aggravare i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario; pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinaio; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese che non fossero necessarii al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinaio del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero, e il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.
Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiura di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in sè stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, proponendo il governo la salute propria a quella altrui. Si aggiunse che i corsari sì franzesi che algerini infestavano i litorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandio che rubare.
Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.
Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procurator Pesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.
Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finitima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia: d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que' tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.