Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che glie ne sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da' quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.
La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregrazione della salute pubblica, con titolo d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre, manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.
Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed, abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune, stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti che la repubblica, sempre consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale; munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di Corte; approvò la costituzione.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte ai Corsi dai Genovesi, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi non solo le navi genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme, le merci genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi che fosse condotto a Bastia. Non è certo da maravigliare che Paoli, nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati, e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, niuno sarà che non condanni. Intanto arditissimi corsari corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica; ma insidiosa e non piena fu la riparazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari corsi avessero facoltà di predare i bastimenti genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili.
Pareva che la condizione di Genova con la Gran Bretagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini in cui viveva colla Francia si miglioravano; perchè, morto Robespierre, era stato richiamato Tilly, mandandosi in iscambio un Villard, che più moderatamente procedeva.