Ma la guerra non lasciava quietare la malarrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione d'una parte della riviera di Ponente ed i progressi dei Franzesi insino a Finale, davano timore che potessero, per la via del Dego e del Cairo, sboccare in Piemonte. Per preservare questa provincia finchè giungessero le genti tedesche stipulate nel trattato di Valenciennes, tutte le truppe austriache, già chiamate, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Franzesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino. Sommavano a dodici mila combattenti tra fanti e cavalli: queste erano le squadre della vanguardia e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego. Ivi avevano le artiglierie grosse, i magazzini ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucia ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaia del Mulino. Oltre di ciò, alcuni reggimenti piemontesi che alloggiavano in un campo a Morozzo marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi cogli Austriaci che difendevano il paese del Cairo.
Dall'altra parte i Franzesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito che l'esercito imperiale si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlochè l'esercito loro grosso di quindici mila combattenti, fatto uno sforzo, avea sloggiato la vanguardia austriaca da varii posti, seguitandola sino sulle alture che stanno a sopraccapo del Cairo, le quali occuparono, la notte del 20 settembre, principalmente quelle che signoreggiavano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali austriaci Turcheim e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo di Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglieria grossa, serbando con loro la leggiera ch'era fiorita e numerosa.
Era il dì 21 settembre imminente una battaglia. La mattina molto per tempo avevano i generali austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, ch'era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo di Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontari. Al piano e verso il mezzo dell'antiguardo, trentasei pezzi di artiglieria guardavano il passo, sei sul monte Lucia, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.
Wallis, supremo generale austriaco, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, operò che alcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.
Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Franzesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale di artiglieria Buonaparte. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima, seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo, andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda, passando pel convento di San Francesco del Cairo, assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vailaro; poi, fatto un branco di sè, composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano, ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio dei Franzesi. La seconda colonna, sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in aiuto del Pinale, il passo del Vignarolo, gli assaltava al monte Vallaro e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto li disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci, con nuova vigoria combattendo, fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che s'era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali; ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato e difeso con mirabile costanza. Le fanterie dei Franzesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavalleria si fece avanti e diè per modo la carica alla cavalleria austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là del Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni; e ciò forse per allettare tanto la cavalleria dei repubblicani, che, condottasi nella valle di Pollovero, potesse essere bersagliata, con evidente vantaggio, di fianco e di fronte dalle batterie di Santa Lucia e del Pinale. Ma i Franzesi accortisi dell'insidia, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucia e dell'argine del Mulino. Scesero i Franzesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterie di Santa Lucia e del Pinale cominciarono a fulminarli con orribile fracasso. Dalla parte loro, anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage se non quando, sopraggiunta la notte, i Franzesi furono forzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto delle artiglierie d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Franzesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni uffiziali di nome.
Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sè la fama della vittoria e dell'onore di questo giorno difficile ed importante; non ostante gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dov'erano le riposte dell'esercito, ovvero che avessero avuto avviso, come fu scritto, che un corpo franzese partito di Savona fosse per riuscir loro alle spalle, e per tal guisa mozzar loro la strada, la notte del 22, abbandonate lor forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie e con tutte le artiglierie in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci; perchè e nissun corpo franzese era a quei giorni in Savona, e tutti i Franzesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissuna altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza sino a Savona. Questa falsità di avvisi, quale ne fosse la cagione, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.
Frattanto i Franzesi, temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere che gli avversarii si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assaliti in sul far del giorno, molto posatamente e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello che non potevano sospettare era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini dell'esercito tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando in somma con ogni proceder loro quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi che si preparavano all'infelice Italia.
L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, nel Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.
In mezzo a queste battaglie degli uomini, non vuolsi lasciare di far menzione della trentesima eruzione del Vesuvio, accaduta la sera del 15 giugno, violentissima e spaventosa, che colla lava rovinò quasi tutta la torre del Greco, e non poco danno recò a Resina, in tutto il paese sollevandosi all'altezza di venti in trenta piedi. Poche case rimasero intatte, e molte persone perirono.