Qualche moto anche accadde in questi tempi in Sardegna, principalmente in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna; domandava i privilegii conceduti dai re d'Aragona; domandava i patti giurati nel 1720. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè, moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderii dei Sardi al re rappresentassero.

Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che buone parole. La missione loro non partorì frutto e se ne partirono disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi di nuovo il vivere nella solita quiete, con grande contentezza del re, che molto mal volontieri aveva veduto contaminarsi la difesa di Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula ed Angioi, capi e guidatori di quei moli, si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea, essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condiscesa, il dì 22 luglio, alla pace con la repubblica franzese; il quale accidente tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli Stati del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze franzesi. Mossi poi anche i parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace, del Milanese per la guerra, erano stati operatori che s'inserisse nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica franzese, in segno di amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re di Sardegna, dell'infante duca di Parma e degli altri Stati d'Italia, a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa, ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, proferendosi a mediatore tra la repubblica ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione e la guarentigia dei proprii Stati, se consentisse a starsene neutrale e a dar il passo ai Franzesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi al solito speranze di acquisti di territorii più contigui, se cedesse l'isola di Sardegna alla Francia.

Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna, e sulle prime dichiarò di voler continuare nell'alleanza con l'Austria. Ma perchè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse ai patti o che solo si volesse aver sembianze d'inclinarvi, si convocò il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti ed altri assai pratici delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad un soggetto gravissimo e da cui dipendeva questo punto: se il Piemonte avesse a conservare la signoria di sè medesimo o da cadere in servitù dei forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva, figlio d'uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dov'era stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto trattatti sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendii della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto del suo parere in sì pericoloso caso, parlò con singolare franchezza, e, discorse tutte le presenti sorti delle cose, conchiuse.... «Io porto opinione che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo, ora che le forze che ancor vi restano ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, e il pericolo sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente a salvazione del generoso Piemonte ed a preservazione della nobile Italia.»

Questo discorso, porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto veridica, congiunto di amicizia col generale austriaco Strasoldo, fece non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte inclinava agli accordi, quantunque tutti avessero la volontà aliena dai Franzesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione il marchese d'Albarey, il quale, sebbene fosse di indole pacifica e d'animo temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenciennes, e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava doversi nella guerra e nella fede data all'Austria perseverare. E le parole sue, che furono gravi ed abbondanti, vere in sè stesse, non restarono senza effetto, meno perchè vere erano che perchè gli animi non avevano per una anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia, e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle suggestioni che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta ragione gli effetti che avesse a portar con sè la presenza de' Franzesi in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non perchè più sicura fosse, ma perchè, in pari pericolo da ambe le parti, ella era più onorevole.

Giungeva intanto il tempo che doveva mostrare se quell'armi che non senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Franzesi divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito, ed indirizzato a voler fare la conquista delle italiane contrade. Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli di Francia di voler passare con l'armi in Italia. Uno dei principali confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali di Francia per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri dopo la pace di Spagna, e parendo che quegli che ne aveva fatto il disegno più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro parecchi guerrieri di nome. Inchinava omai la stagione all'inverno, e trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura e per arte, a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime privi, com'erano di cavallerie, con poche e piccole artiglierie, e ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di assaltarli. Ma i soldati della repubblica, usi a vincere le difficoltà che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla qual sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza dell'armi, alla carestia del vivere, ad un nemico più numeroso di loro, abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per sè stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare se veramente il valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai soldati repubblicani e per la perizia dei generali loro, specialmente di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto.

Era la fronte dei Franzesi in tal modo ordinata, che, posando con l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la sinistra a terminarsi sui monti che sono in prospetto di quelli della Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la destra Scherer ed Augereau, la mezza Massena, la sinistra Serrurier. I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano manca, governata, da Wallis, occupava Loano, la battaglia, condotta da Argenteau, Roccabarbena, e la destra, composta in gran parte di Piemontesi e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre campi forti, due innanzi Loano, un terzo, per sicurezza della mezzana, più in su, a Campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo gli accidenti sinistri, aveva munito di gente e d'artiglierie, non solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto donde doveva venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente. Separava i due eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno 17 novembre, per riconoscere i luoghi e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet che assaltasse il posto di Campo di Pietra, il quale, sostenuto un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Franzesi avevano in animo di fare, non tenne tanto avvertito Arganteau, che pensasse a starsene avvisatamente. Era la notte del 22 novembre quando Massena, raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi, fora piuttosto ingiusta diffidenza che giusto incoraggiamento; bastò sempre per animarvi a vincere il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora, quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizii possono trattenere i soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio; ma Sardegna ed Imperio continuavano ad affrontarvi; però voi un'altra volta vinceteli, voi fugateli, voi dissipateli, e fia la vittoria vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna. Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro con le opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè aspettano lo estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro.»

Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e perciò abile ad inspirar impeto nel soldato franzese, già per sè stesso tanto impetuoso. Perciò, alle sue parole maravigliosamente incitati, givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte oscurissima e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento di Massena, così accordatosi con Scherer, di urtare nel mezzo dei confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi, di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra, che avrebbe dovuto od arrendersi o fuggire alla dirotta. Dovevano secondare questa fazione a diritta Scherer con un assalto forte contro Loano; Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo. Appariva appena il giorno dei 23 novembre che Massena assaliva da due bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano a questo accidente impensato gli uffiziali tedeschi ai luoghi loro, e già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella loro ordinanza. La qual cosa dimostra l'inconsiderazione d'Argenteau, che, non avendo presentito, com'era facile, quella tempesta, aveva permesso che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse un altro infortunio, e fu che Devins, afflitto da grave malattia, e reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia, da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet, che davano la batteria, con molto valore insistendo tanto fecero, che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico che si ritirava, andando a farsi forte a Bardinetto. Qui nacque un nuovo e terribile combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore, vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con tutte le sue forze Massena, giudicando che dalla prestezza del combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente, dopo molte ferite e molte morti da ambe le parti, prevalsero i repubblicani; entrati forzatamente in Bardinetto, uccisero quanti resistevano, presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le artiglierie. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse le reliquie dei confederati per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni s'impadronisse di Melogno, ed al colonnello Suchet pigliasse Montecalvo, luogo arido e quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si era proposto; in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei confederati, ma fu fatto abilità ai Franzesi di calarsi verso il mare alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Ma perchè la sinistra dei confederati non ricuperasse quello che la mezzana avea perduto, Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati avanti Loano ed alla forte terra di Toirano, li superava. Nei quali fatti, aiutati anche da tiri di alcune navi franzesi che si erano accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali Augereau e Victor. Allora, tra per questo e per essersi Suchet, ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer, calato correndo alle spalle loro, si ritirarono i confederati verso Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincierato di Ceva, dove giungevano altresì lacerati e sbaragliati i residui della squadra d'Argenteau, generale che fu cagione principale di questa rotta, per imprevidenza prima del fatto, e per la nissuna avvedutezza nè costanza nel combattimento. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava non senza scompiglio, e seguitata dai Franzesi, sul litorale verso Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più intera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte e conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Franzesi nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno seguente, che, condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel litorale, e già la giungevano, con far molti prigionieri. Nè qui si contenne l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle del Finale, e da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cadente nemico, dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta improvvisa della mezzana, pressata da fronte, sul fianco ed alle spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano molto favore. Chi si potè salvare andò a formar la massa in Acqui, dove i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnie dissipate; chi non potè, cadde in balia del vincitore. Tutte le artiglierie, gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto, rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.

Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e perfino i violamenti delle miserande donne commessisi dai repubblicani sul genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia che aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore; pubblicava che farebbe morire chi continuasse; prese anche l'ultimo supplizio de' più rei; ma non udivano l'impero dei capitani, e nè le minacce nè i supplizii spegnevano la scellerata rabbia. Non gli scusava, perciocchè nissuna cosa può scusare sì eccessive enormità, ch'eran stremi d'ogni vettovaglia e d'ogni fornimento, come l'esser forniti abbondantemente d'ogni cosa necessaria al vivere di soldato aggravava la colpa dei loro avversarii, che non si stettero immuni da sì fatte colpe. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai nemici, in preda al furore degli uni, in preda al furore degli altri, «mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza e non può difendersi con la forza.»