MDCCXCVI

Anno diCristo MDCCXCVI. Indiz. XIV.
Pio VI papa 22.
Francesco II imperadore 5.

A questo tempo avendo i collegati provato con molto danno loro qual dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla concordia e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il benefizio del tempo, se accettassero. Per la qual cosa pensarono a tentare la disposizione del direttorio di Francia, con introdurre qualche negoziato a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima di tutta la mole, così da questa ed a nome di tutti procedettero le proferte. Scriveva il dì 8 marzo del presente anno Wickam, ministro d'Inghilterra appresso ai cantoni Svizzeri, a Barthelemi, ministro di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere che la sua corte desiderava di restare informata se la Francia aveva inclinazione a negoziare con sua maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini; se a ciò si risolvesse la Francia, mandasse ministri ad un congresso in quel luogo che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti. Desiderava altresì sapere quali fossero i generali fondamenti della concordia che piacesse al direttorio di proporre, affinchè si potesse esaminare se fossero accettabili, finalmente, se i mezzi proposti, non fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual era del tutto conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, nè avea in sè cosa che potesse offendere l'animo del direttorio, fu molto risentitamente udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di quei governi repubblicani ed imperiali di Francia di voler insegnare in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprii chi li governa di chi non li governa; ed altresì a quell'uso affatto insolito e veramente enorme di dar consigli o ad un amico o ad un nemico, e di convertire in cagion di guerra il rifiuto di seguitarli. Il direttorio comandava a Barthelemi che rispondesse, desiderare lui la pace, ma desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volontieri le proposte, se quel dire di Wickam, di non aver autorità di negoziare, non desse sospetto intorno alla sincerità inglese. E qui veniano le parole dottorali all'Inghilterra, dopo cui terminava; convenirsi alla sincerità del direttorio il palesare apertamente a quali patti ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la costituzione della repubblica che niun paese di quelli che erano stati incorporati al suo territorio da lui si scorporasse; delle altre conquiste si negozierebbe. Qui parimente ebbe principio quel metodo veramente incomportabile, usato dai governi che per venti anni l'uno all'altro succedettero in Francia, di volere che una legge politica interna diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.

Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace concette dalle proferte di Basilea.

Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale, già perduto mezzo lo Stato e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad essere prima condotto all'ultima rovina che la guerra incominciasse pure a romoreggiare sui confini de' suoi alleati. Conoscevano questi la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi, se le battaglie fossero riuscite infelicemente ed i repubblicani si facessero strada nel cuor del Piemonte, si sarebbe forse alienato da loro. Tentarono dunque il re, ammonendolo che si dichiarasse pel caso d'un sinistro di guerra. Ridotto a queste strette, rispose animosamente Vittorio che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe nella fede, che non sarebbe per abbandonar la sua congiunzione; non dubitassero che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza dell'animo.

L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in Italia, mandava a governare le genti, invece del Devins, più prudente che ardito capitano, il generale Beaulieu, il quale, quantunque già molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di stare a fronte di quella furia franzese che meglio si può vincere col prevenirla che coll'aspettarla. Ma quantunque fossero in Beaulieu le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò con sè tante forze quante sarebbero state necessarie. Oltre a ciò, sebbene quando fu chiamato generalissimo in Italia, gli fosse stato promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che, per difetto o d'animo o di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova, nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente all'esercito, ma ancora rettore d'una forte divisione di soldati: il che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro presagio. Nè Beaulieu medesimo era tale che potesse convenientemente governare capitani e genti di diverse lingue e di diverse nazioni, tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che, più temuto che amato dai suoi e dai forastieri, era piuttosto obbedito per forza che per volontà. Nè i nobili piemontesi, che sentivano molto altamente di loro medesimi, lo avevano a grado. E Colli, che reggeva sovranamente l'esercito regio ed al quale non mancava nè perizia nè virtù militare, non vivea concorde col capitano austriaco. Questo fu cagione che, contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbii però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe richiesto.

Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra, partendo dalla vicinanza di Serravalle, si distendeva fino alla destra sponda della Bormida; quivi incominciava il corno sinistro de' Piemontesi, che si prolungava fino alla Stura, appoggiandosi coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Ma siccome quello di cui stavano in maggior gelosia gli Austriaci, erano le possessioni loro in Lombardia, così si erano molto ingrossati nei contorni di Alessandria e di Tortona; ed avrebbero desiderato, per maggior sicurezza delle cose aver in mano la fortezza di Tortona stessa; e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita costanza dinegato dal re, il quale, ancorchè posto nell'ultima necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa conservarsi. Tal era adunque la condizione de' tempi, che il re di Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo Stato, l'imperador di Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa per l'autorità della santa Sede e per l'incolumità della religione; Venezia sperava nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità coll'Austria e nell'amicizia colla Francia; Parma e Modena, nè in pace nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.

Risoluzione principalissima de' reggitori franzesi era di far potente impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti i pensieri loro. A questo si muovevano non solo per desiderio di pascere l'esercito in un paese ricco ed ancora intatto, ma eziandio per la speranza che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero manifestati a favor loro in tutte od in alcune corti d'Europa cambiamenti di importanza. Più special fine loro in tutto questo era di costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale, speravano di trovar in Italia per la forza delle armi compensi ad offerire a quel principe in iscambio de' Paesi Bassi, che ad ogni modo voleano conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano che ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. Al qual primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni loro: del modo, o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano.

Siccome quando si vuol perdere qualcheduno, ei s'incomincia a fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto di ostilità, così i Franzesi uscirono con richiedere Venezia che scacciasse da' suoi Stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dello infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava al governo repubblicano di Francia che il conte se ne stesse negli Stati veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che altrove; perchè, se era pericoloso per quel governo che dimorasse in paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto od all'esercito del principe di Condè o negli Stati delle potenze in guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo la morte di Luigi XVII, avesse assunto la dignità reale, e fosse in grado di re tenuto da' fuorusciti franzesi, dal ministro di Spagna Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof e dal ministro d'Inghilterra Macarteney, che appresso di lui era stato mandato appositamente dal re Giorgio, il senato veneto non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente nè trattato da re; che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile condiscendenza, vivendosene assai ritirato in una villa del conte di Gazola; nel quale contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con le stampe della veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che fece, nella sua esaltazione, alla nazione franzese; che se poi nelle sue azioni segrete ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si potesse imputare alla repubblica di Venezia.

Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni, lo sdegno del direttorio di Francia; perchè, mentre superbamente comandava al senato veneto che allontanasse da' suoi dominii il conte di Lilla, sopportava molto pazientemente che l'ambasciador di Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui, come col re di Francia, di affari pubblici trattasse: il che era di ben altra importanza che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia. Scriveva dunque, il primo marzo del presente anno, in nome e per ordine del direttorio, il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislo Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno all'asilo concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto e domandava fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorii veneziani.