Posto in senato il partito se dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo franzese, ancorchè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto e l'antica generosità di Venezia, fu vinto con cento cinquanta sei voti favorevoli e quaranta sette contrarii. Orarono in questo fatto contro l'opinione del Pesaro i savii del consiglio Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zeno, rappresentando che la pietà verso un principe forestiero non doveva più operare negli animi dei padri che la carità verso la patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad alcun modo scusabile e tanto meno quanto si vedeva chiaramente che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute.

Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del partito dal senato preso. Delegossi a far l'ufficio il segretario Giuseppe Gradenigo ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti, eseguirono quello che dalla signoria era stato loro comandato. A tale annunzio rispose gravemente: partirebbe, ma per forza; gli si portasse intanto il libro d'oro, che ne cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico IV, suo glorioso avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più lungamente in un dominio che per debolezza obbediva ai comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Franzesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'oro il nome dei Borboni, e l'armatura di Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per l'affezione e la fede che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte di Entraigues, che nel dominio dei Veneziani rimanevano.

Intanto per gli uffizii fatti per ordine del senato dai ministri veneziani presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte, si acquetò il negozio del libro d'oro e dell'armatura di Enrico.

Oggimai si avvicinano le calamità d'Italia. «La tirannide sotto nome di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà e disprezzarli, un incitarli contro i re ed un perseguitarli per piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza, non come mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le più sante cose antiche stuprate per derisione o per ladroneccio, le più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di monti di pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di più insolente.... conculcata hanno e desolata in fondo la miseranda Italia. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il giardino dell'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda e di derisione.»

Era risoluzione irrevocabile del governo franzese in quest'anno di tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie spianate, le armi pronte, gli animi de' soldati accesi, la fame stessa che li tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta mole, poichè, giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'europea guerra, mancava un generale capace di mente, invitto d'animo e d'audacia pari alle difficoltà che si prevedevano. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero per le cose fatte a Tolone e nella riviera. Presentendo egli, per la vastità e la forze dell'animo suo, quello che fosse capace di fare, quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di sollecitare e d'infestare con tenacissima perseveranza e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta dell'italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi segreti che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero piaciuti a Carnot ed a Lareveillère Lepeaux, quinqueviri, che gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto specie di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si aggiunse un matrimonio ch'ei fece grato a Barras, sposandosi con Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro Beauharnais.

Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato e di cupidità ardentissima di dominio fu commessa da chi reggeva la Francia, in iscambio di Scherer, del cui ingegno frutto era il primo disegno d'invadere l'Italia, l'opera di conquistare l'Italia. Nè così tosto ei giunse al governo dell'esercito, che mostrò quanto fosse nato per comandare; imperciocchè, quantunque più giovine di tutti i suoi predecessori, si compose in maggior dignità, e, non dimesticandosi con nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque che i nodi dell'esercito viemmaggiormente si ristrinsero, furono i soldati più pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto. Era l'esercito finito di ben cinquanta mila combattenti, poveri sì di arnesi e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio e forti di volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori d'Italia li rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano franzese quanto volesse, purchè battesse l'Austriaco, il separasse dal Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro e la fortezza di Gavi; se Genova non desse Gavi per amore, lo prendesse per forza; instigasse i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente o particolarmente insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza o per arte subdola; quel che segue per sete di rapina, conciossiacchè mandavagli facesse una subita correria contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia atterrita, rapite le ricchezze ed involati i voti appesi da' fedeli in tanti secoli: tanto era smisurata in quel governo la cupidità del rapire e del fare di ogni erba fascio.

Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena ed a sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte de' Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore. Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana schiera de' confederati, acciocchè, rotta che ella fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'Oltre-Po, i secondi, rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva, facilmente accettato gli accordi, separandosi dalla confederazione dell'imperadore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosia avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda strada della Bocchetta accennava Milano, aveva ordinato a Cervoni occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo, fece marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora dell'Acquasanta, strada che mette direttamente alla Bocchetta; e questa squadra conduceva con sè molti pezzi di artiglierie sì grosse che minute.

Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni franzesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in Sassello una grossa schiera composta di dieci mila Austriaci e quattro mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel mezzo della fronte francese, e, dopo di averlo fracassato, riuscire a Savona, con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo del conflitto in aiuto della mezzana, si era risoluto ad assaltar questa terra. Il dì 10 aprile, circa le tre pomeridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti e quattro bocche da fuoco. Alcune navi da guerra inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Franzesi rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza franzese di Voltri sarebbe stata o morta o presa; ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio ed alla Madonna di Savona.

In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi, mossisi da Sassello, assaltarono grossi ed impetuosi le trincee estemporanee fatte dai Franzesi a Montenotte. Difendeva i Franzesi la fortezza del luogo, favoriva i Tedeschi il maggior numero; gli uni e gli altri infiammava un incredibile valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente l'Italia. Si combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani. Maravigliavansi i Franzesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue, riuscirono questi ad entrare per bella forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a conquistarsi la terza; contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto dell'armi loro vittoriose. Qui sorse una battaglia tale che poche di simil fatta, per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti, sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali, trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il collonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più infiammandosi nel suo coraggio quanto più era grave il pericolo, animosissimamente rivoltosi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel giuramento che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il valor dei Franzesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo combatterono, che ributtati, furiosamente da ogni assalto i Tedeschi, sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea tanto contrastata e tanto importante. Gli uni e gli altri, sull'armi loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Ma il generalissimo Buonaparte, nella notte stessa, con pari celerità ed arte mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea, ma diede agio a Rampon di empiere di soldati a destra ed a sinistra le boscaglie. Al tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala diritta, e snodasse minutamente l'ala sinistra dalla mezzana degli alleati. E per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due forti colonne, sperando di sgiungere la mezzana governata da Argenteau e da Roccavina dalla destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno 11, che Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva baldanzoso all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo arrivato vicino alla trincea, che venne assalito ai fianchi da una tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da un'impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia, andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza, con qualche rinforzo e dopo respiro, di ricominciar la batteria; ma ecco arrivare infuriando dall'un canto Buonaparte, dall'altro Laharpe. Fu allora forza ai confederati di ritirarsi piucchè di passo per non essere posti negli estremi, ed il forzato loro movimento fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dell'aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Morirono nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaia di buoni soldati dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero come prigionieri in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un migliaio incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regii, non venisse loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a Millesimo che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego ed a Magliani, era necessario cacciarli più sotto nella prima. Quindi nacque pei Franzesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani e d'impadronirsi di Millesimo.

Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla guardia della sinistra Bormida il vecchio, ma prode generale Provera con un corpo franco austriaco e quindici centinaia di granatieri piemontesi. Posto egli in molto pericolosa condizione, volle con sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli venne impedito il viaggio dalla Bormida che, cresciuta per pioggie abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio castello di Cosseria, ed ivi senza artiglierie, senza munizioni, senza sussidio alcuno di cibo o di acqua attendeva a difendersi. Augereau che conosceva ottimamente che fin tanto che quel freno del castello di Cosseria fosse in mano del nemico, non era possibile di consuonare co' suoi verso il centro e la destra, si accinse a fare ogni sforzo per superarlo. Tre volte andarono i repubblicani all'assalto, altrettante furono risospinti con immenso valore dagli assaltati. Pernottarono i Franzesi a mezzo monte. Ma era sitibonda all'estremo la guernigione; chiedeva Provera quant'acqua bastasse ai feriti; la negava Augereau. Arrivava il giorno 14 aprile: la fame e la sete operarono ciò che la forza non aveva potuto; diessi la piazza ai vincitori. Ai medesimo tempo Rusca cacciava i Piemontesi da San Giovanni di Murialto, e la vittoria di Cosseria abilitava Augereau a superare Montezemo; il che diè facoltà ai Franzesi di spiegar la bandiera loro nella valle del Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di correre a difender Ceva e Mondovì.