Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo e a destra. Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti a cui potessero ripararsi: massimamente insino a tanto che la strada del Dego non era libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare un'impressione d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per quella strada; dall'altra parte i Franzesi pensavano a sforzarla. Gli Austriaci in numero di circa quattro mila soldati, ai quali si erano accostati i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, si fortificarono a questo fine sui monti di Magliani ed altri, facendovi un ridotto munito d'artiglieria e grande abbattuta d'alberi. Diedero loro tempo due giorni i Franzesi a fornire le loro fortificazioni in quei luoghi eminenti e difficili. La principal difesa degli alleati consisteva nel ridotto di Maglioni, che stava a ridosso del castello del medesimo nome.

I repubblicani, per aprir quella strada che i confederati avevano serrata, comparivano alle due meridiane del dì 13, minacciosi e grossi di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla Rocchetta del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono in tre colonne che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma non furono questi fatti che minaccie, tentativi per iscoprir bene il sito e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto che fu al Colletto, fece trarre d'una forte cannonata, per prender notizia del nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti, e rispondendo, lo avvisassero dei luoghi dove si trovavano, il che gli riuscì come aveva sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva succedere nel dì 14, nel quale i repubblicani, risoluti di venire al cimento, si spartirono, come innanzi, in tre parti. Le molte mosse loro erano con molta maestria di guerra pensate, e furono altresì con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed alla Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di fronte la mezzana, ma posatamente per aspettare l'effetto dell'assalto dato sui due fianchi. I Franzesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria sui due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si fece allora avanti la mezzana ed entrò forzatamente, nel castello di Magliani dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto morire che cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani, principale propugnacolo degli alleati, dal quale tempestavano con una furia incredibile di palle e di scaglie. Fu quivi assai dura l'impresa pei repubblicani, perchè i confederati, maravigliosamente inferociti, traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e solamente verso la sera, venne fatto ai Franzesi, che accorrevano contro il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte sito, cacciatine a forza i difensori. Si precipitarono allora gli alleati nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la strada per a Pareto; ma i Franzesi li seguitarono a corsa, e quella colonna che s'era spartita al principio del fatto dalla destra schiera, che se ne stava ai Pini, scagliossi ancor essa siffattamente contro i fuggiaschi, che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi sarebbero stati sterminati, se i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero fatto ala a coloro che fuggivano, cacciati dalla furia franzese che gl'incalzava. Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più di duecento. Ma grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del castello di Cosseria, perchè stretto già Provera, come abbiam detto, dalla sete e della fame, perduta la speranza d'ogni aiuto poichè vide dall'alto la sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi. Argenteau, invece di soccorrere i difensori di Magliani coi cinque o sei mila soldati che avea seco a Pareta, il che avrebbe potuto facilmente cambiare la fortuna della giornata, li mandò a far massa ad Acqui.

Questa fu la battaglia che meglio di Magliano, che di Millesimo, si chiamerebbe, perchè a Magliano concorsero le principali forze delle due parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. La notte che seguì il giorno della battaglia, il tempo stato nuvoloso, diventò piovoso; piovve a rotta verso l'alba. Tra per questo e per pensare i Franzesi a tutt'altro, fuorchè il nemico vinto avesse a prendere così tosto nuovo rigoglio ad assaltarli, si guardavano negligentemente, e solo cinque a seicento vegliavano alla difesa delle trincee. Ed ecco appunto che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich, accompagnato dal luogotenente Lezzeni, con un corpo di circa cinque mila soldati compariva improvvisamente alla vista di Magliani. Aveva Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato a Wukassovich venisse tosto a raggiugnerlo al Dego ed a Magliani; ma per poca mente, che anche la sventura gliela faceva girare, gli aveva indicato per la mossa un giorno più tardi di quello che avesse in animo, dimodochè il colonnello, invece di arrivare al dì 14, che forse avrebbe vinto la battaglia, arrivava il 15. Non ostante che con sua gran maraviglia avesse veduto, strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico aveva occupato Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente, e già urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì improvviso accidente i Franzesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per difenderlo; ma nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiare le artiglierie, e quel forte sito, che con tanta fatica e sangue avevano conquistato, ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei confederati, in un con le artiglierie che munivano i luoghi, e con molta strage dei Franzesi, che si diedero alla fuga.

Massena, a così fortunoso caso riscossosi e gettatosi al piano, frenava primieramente l'impeto dei suoi che fuggivano verso il Colletto; poi ordinatili di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del dì 14, li conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di timore, non era nemmeno Wukassovich: qui la battaglia divenne orrenda. La sinistra era alle mani con le guardie avanzate austriache, che si difendevano con singolare ardimento; la mezzana pativa assai, perchè i Tedeschi fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi e impauriti si nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di ricuperazione, e postata dietro alla mezzana, impediva che coloro che davano indietro passassero il Grillero. La colonna di mezzo, da lui incoraggita e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al ridotto; ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono e rincacciarono sino al castello. La sinistra ancor essa era stata risospinta con grave perdita; la destra non faceva frutto; già il quarto assalto era riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati Laharpe. Novellamente si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano, si serravano contro il nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la costanza austriaca. Dopo tanti rincalzi e tante stragi, incominciavano i Franzesi a dubitare della battaglia. Buonaparte, che vedeva l'importanza del fatto, accorreva coi soldati vincitori di Cosseria, e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo assalto. Puntarono acremente la destra e la sinistra sui fianchi; la mezzana, ingrossata e rinfrescata, assaliva di fronte. Urtati da tante parti, continuavano gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto, combattevano dalle case; cacciati dalle case, combattevano dalle boscaglie; finalmente cacciati anche da queste e pressati da ogni banda, minacciosi e rannodati si ritiravano.

Perdettero gli Austriaci in questa battaglia, tra morti, feriti e prigionieri, sedici centinaia di buoni soldati con tutte le artiglierie loro; ma non fu nemmeno senza sangue pei Franzesi la vittoria. Tra morti feriti e prigionieri, mancarono più di ottocento soldati. Argenteau errò in molti modi, e nella battaglia di Montenotte e dopo di lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu costretto di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior parte di quelle del nemico. Sollevossi fra l'austriaca gente un romore ed uno sdegno grandissimo contro di lui; accusandolo tutti dell'infelice successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a Vienna, perchè fossevi preso dell'error suo da un consiglio di guerra debito giudizio. Ma il nome di Wukassovich rimarrà nella memoria dei posteri a giusto titolo glorioso, come di uno de' migliori guerrieri de' nostri tempi.

Lo splendore della vittoria franzese fu oscurato dal furore del sacco. Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a profana, riempivano i paesi di terrori e di fughe. Queste enormità, che tanto contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali, abbominavano i soldati buoni; ma quelli non potevano impedirle coi comandamenti, nè questi con l'esempio. Serrurier, Chambarlac, Maugras, Laharpe ne mossero gravissime lagnanze, e tanto si concitarono, che, per non più vedere e dover comportare sì abbominevoli eccessi, chiedean licenza a Buonaparte generale di potersene ire; soprattutto esclamavano contro gli scellerati amministratori, che ridotti avevano i soldati dell'italica oste od a farsi ladri ed assassini od a morir di fame.

Seguitando la narrazione dei fatti, dopo la vittoria di Magliano, insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto a capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi; nel che tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto di starsene unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè alcuni semi di discordia già erano prima dei raccontati fatti tra di lor sorti, e, come suole accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i Piemontesi di non avergli aiutati, i Piemontesi davano il medesimo carico agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrere alla difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa dissidenza dei capi accortosi Buonaparte, quantunque gli fosse stato ingiunto di perseguitar piuttosto gli Austriaci che i Piemontesi, si risolveva serrarsi addosso agli ultimi, sperando di costringere fra breve il re di Sardegna alla pace, per voltarsi poscia, assicuratosi alle spalle, con maggiore speranza di vittoria alla conquista della Lombardia. Voltò adunque il capitano di Francia del tutto i pensieri a voler vedere quello che fosse per partorire in Piemonte la presenza dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare; la forza, con perseguitar da vicino co' suoi soldati vittoriosi le reliquie delle truppe reali; l'astuzia, col tentar di far muovere i popoli con le parole di libertà contra l'autorità del re. A questo era disposto per sè e comandato dal direttorio, che tentasse per ogni mezzo di dare spirito ai novatori, e tanto più ciò facesse quanto più si ostinasse il Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega e nella guerra. Adunque ordinato ogni cosa, e collocato un grosso corpo nei contorni del Dego per appostar gli Austriaci, acciocchè non tentassero nulla a suo pregiudizio, si avviava verso Ceva, contro cui aveva già mandato con molte forze Augereau e Serrurier.

Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Maglioni, e dopo che pel fatto di Cosseria era stato obbligato di lasciar al nemico la possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel campo trincerato che per difesa della fortezza di Ceva era stato ordinato alla Pedagiera ed alla Testa-nera, sito che signoreggia la fortezza. Assaltò Buonaparte impetuosamente questo campo; gli fu anche virilmente risposto; durò la battaglia molte ore con molto sangue da ambe le parti, nè vi fu modo di far piegare i regii che, con valore difendendosi, respingevano costantemente il nemico. Succedeva questa fazione il 16 aprile. Pernottarono repubblicani e regii ai luoghi loro; ma il giorno seguente, ingrossatisi molto i primi, rinfrescarono l'assalto più forte di prima, nel quale, sebbene animosamente si difendessero i regii, temendo Colli di essere spuntato da' lati, lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva le genti, con andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la Cursaglia mette nel Tanaro. Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani subitamente la città di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi fecero grosse tolte di pane, e posero taglie di denaro. Attaccarono i repubblicani superiori di numero l'esercito regio ne' campi della Niella e di San Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto che vi fece. Al 20 massimamente si combattè con molto sangue: pure stettero fermi alla pruova i Piemontesi per modo che Serrurier si ritirava assai malconcio e disordinato. In fine quel valoroso Massena, il quale, nato suddito del re, più di tutti operò per abbattere la sua potenza, passato, la notte del 21, il Tanaro a guado presso Ceva, aveva occupato Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi fatti padroni del ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di essere circondato da' repubblicani alle spalle: il che avrebbe condotto quell'esercito, ultima speranza della monarchia piemontese, ad una estrema rovina. Per lo che, levato il campo occultamente alle due della notte, e conducendo seco tutte le artiglierie e le bagaglie, si incamminava frettolosamente, ma ordinatamente, alla volta di Mondovì. Il seguitarono velocemente i repubblicani, ed il raggiunsero a Vico, dove allo spuntar del giorno seguì la battaglia che i Franzesi chiamano di Mondovì. Ma non fu battaglia giusta, che intento di Colli non era di darla, ma solo di ritardar tanto il perseguitante nemico che potesse condur in salvo le artiglierie ed il bagaglio, come potè conseguire, mettendo ne' luoghi sicuri dietro l'Ellero ed il Pesio le armi grosse e tutti gl'impedimenti. Ritirossi poscia in un forte alloggiamento oltre la Stura, con Cuneo alla destra e Cherasco alla stanca. In tale modo un umile fiume, un esercito valoroso, ma vinto, e due piazze, una forte, l'altra debole, restavano soli impedimenti a' Franzesi, onde non inondassero tutto il Piemonte, e non sventolassero le insegne repubblicane sotto le mura della città capitale di Torino.

L'audace Buonaparte, non contento se prima non avesse rotto ogni resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro impadronitosi d'Alba per mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la foce della Stura, era in grado di passare il primo di questi fiumi e di correre alle spalle de' Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare a spavento del governo una prima bandiera di ribellione, aveva operato, e l'ottenne anche facilmente, che alcuni abitatori di Alba, instigati principalmente da Bonafons, fuoruscito piemontese venuto coi repubblicani, ed a cui erasi accostato un Ranza, uomo dabbene, nè senza lettere, ma cervello disordinato, facessero un movimento contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi costituire in repubblica. Nè contenti a questo Bonafons e Ranza, procedendo immoderatamente, mandavano altri bandi repubblicani al clero del Piemonte e della Lombardia, siccome pure ai soldati Napolitani e Piemontesi. Adunque, e per questi romori, e per esser padrone il nemico del passo del Tanaro in Alba, e per essere Cherasco in sè stesso poco difendevole, temendo Colli di essere assaltato alle spalle, lasciato Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di Torino, alle stanze di Carignano.

Ora era giunto il re di Sardegna a quell'estremo punto, in cui o far doveva una risoluzione magnanima, o sottoporre il collo ad un nemico insolente e ad un governo disordinato e del tutto diverso dal suo. Adunossi in tanto precipizio di cose il consiglio, al quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti i ministri dello Stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova, trasferitosi a Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria, temendo che in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi consigli da quei della lega, e desiderando sommamente di interrompere questa cosa, non avevano mancato all'uffizio loro, con tenerlo continuamente sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna e stesse in fede, molte e molte cose rappresentandogli, e conchiudendo, considerasse bene quanto da lui richiedessero Italia ed Europa, nè consentisse che in lui più potesse un romor repentino che i veri interessi del suo reame. Dimostravasi Vittorio Amedeo costantissimo a voler continuare nella fede data: difenderebbe Torino sino all'ultimo, o andrebbe ramingo, se così fortuna volesse, non consentirebbe a pace con un nemico odiosissimo. Il secondava nella medesima sentenza il principe di Piemonte, nel quale, come primogenito regio, doveva pervenire il regno, non per motivi di Stato soltanto, ma sì ancora di religione, parendogli, come a principe religiosissimo, troppo abbominevole aver per amici coloro che stimava eretici e nemici di Dio; temeva la propagazione de' principii loro anche in Piemonte, ed abborriva una pace ancor più rea verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa, arcivescovo di Torino, personaggio, nel quale risplendevano ingegno, dottrina ed amor singolare di lettere e di letterati, fu ragionato in contrario, «essere il pericolo della ribellione imminente, la necessità più forte della fede; il cacciare i Franzesi dal Piemonte del tutto impossibile; meglio avergli amici che nemici; ponendo anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser questa vicina, quella lontana; riuscir più facile ai Franzesi l'invadere il Piemonte, che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come lontana, perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi suoi; nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemonte campo di guerra, pieno di ruberie, di devastazioni e di uccisioni; e se già a mala pena si poteva resistere a' Franzesi, come si sarebbe potuto resistere ai Franzesi stessi ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del regno?.... Sperar la guerra tanto felice ch'ella reintegrasse il re delle perdute Savoia e Nizza per la forza dell'armi, esser piuttosto fola da infermi che argomento d'uomini ragionevoli; all'incontro potere i Franzesi, dal canto de' quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere ed offerire nel conquistato Milanese grassi ed adequati compensi: sì certamente essere infido quel franzese governo, ma poter tendere maggiori insidie in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie lecite, la pace le fa infami; variare consiglio il savio al variare degli eventi, e poichè la fortuna aveva addotto un accidente, non che straordinario, maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione straordinaria. Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i sudditi fatti immuni dalle esorbitanze incomportevoli della guerra; assai e pur troppo essersi fatto per mantenere la fede promessa; dimostrarlo il sangue sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti, dimostrarlo le desolate campagne assai essersi soddisfatto all'onore, ora doversi soddisfare all'esistenza.»