Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè gli Austriaci avevano passato pei territorii veneti, ma non occupato le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia, il dì 29 maggio, un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in animo di attenere; tra le altre cose dicendo: passare i Franzesi per le terre della veneziana repubblica, ma non essere per dimenticare l'antica amicizia da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti informassero di questi suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore, fedeli nella vittoria.

Come Beaulieu ebbe avviso avere i repubblicani occupato Brescia, pose presidio in Peschiera, fortezza veneziana situata all'origine dell'emissario del lago di Garda; poichè temeva che Buonaparte non portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del Mincio. Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura del difendersi che del non difendersi, aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da Buonaparte, il quale affermava che se il provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata.

Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono. Intanto Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico, si apparecchiava a mettere ad esecuzione il suo disegno, ch'era di sforzare il passo del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale austriaco senza sospetto di ciò, quantunque, per le dimostrazioni del suo avversario, avesse ritirato parte dello sue genti ai luoghi superiori. Però aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattro mila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaia di cavalli stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in aiuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente, la mattina del 29 maggio, i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta, e s'indirizzavano al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci, già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi, valorosamente combattendo, sostenevano l'impeto dei Franzesi. Restavano superiori sulla prima giunta, perchè, non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia, la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, cominciava a crollare e ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierie, furono gli Austriaci risospinti, nè, potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si ricoveraron sulla sinistra, guastato un arco del ponte, perchè il nemico non li potesse seguitare. Ma erano le battaglie dei Franzesi di quei tempi più che d'uomini. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a guida d'una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non curando nè la profondità di esso, perciocchè l'acqua gli arrivava infino a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia, il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese, e fu fatto abilità ai repubblicani non solo di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria compiuta ai Franzesi; e, come l'ebbero, così l'usarono; perchè, avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo intieramente e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della fortezza, e corresse a Caslelnuovo ed a Verona. Così, impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che, poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra, s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa e sostenere una stretta battaglia tra Villeggio e Villafranca, sulla sponda di un canale largo e profondo che congiunge le acque del Mincio con quelle del Tartaro. Infatti, mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e, per tal modo, raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la notte interrotto la battaglia del canale, verso l'Adige: quindi, passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.

Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da cui si rende manifesto, che se le armi franzesi di tanto riuscirono superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore ne' soldati dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare, per cui il giovine generale di Francia di sì gran lunga superò il vecchio generale d'Alemagna.

S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno che il direttorio e Buonaparte nutriano contro la repubblica di Venezia, meno forse per odio che per utile: il che per altro è più odioso. Due erano i principali fini a cui si tendeva: il primo che l'esercito acquistasse per sè tutti i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno; era il secondo di turbare lo stato quieto della repubblica veneziana, perchè pel presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per l'avvenire sorgessero pretesti di disporne a lor grado. All'uno e all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di Verona, perchè il suo sito, dove sono tre ponti, è padrone del passo dell'Adige, ed è, a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale non poteva farsi da' Franzesi senza un grande sollevamento d'animi in quelle provincie.

Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indrizzò Buonaparte, dopo la vittoria di Borghetto e la presa di Peschiera, i suoi pensieri; e però incominciò a levare un rumore grandissimo e ad imperversare, sclamando che Venezia, per aver dato ricovero nei suoi Stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali dimostrava la parzialità del governo veneziano verso di loro. E così, tempestando e moltiplicando ognora più nello sdegno e nelle minacce, affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con dire che non sapeva quello che il tenesse che non ardesse da capo in fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria che si era creduta capitale dell'impero franzese. Nel che intemperantemente ed assurdamente alludeva al soggiorno fattovi dal già detto conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia; soggiorno pel quale soltanto credettero i Veronesi aver fatto opera pia, dando dentro le loro mura ricovero ad un principe perseguitato ed infelice.

Quanto al fatto di Peschiera, dal già detto intorno al suo stato non difendevole, si vede se potessero i Veneziani in un caso tanto improvviso impedire che i Tedeschi vi entrassero. Bene sapeva egli cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè scriveva al direttorio, il dì 7 giugno, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani, avendo solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma queste querele faceva in primo luogo per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni, non poteva entrar di queto senza il consenso de' Veneziani; in secondo luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè, se volessero cavar cinque a sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però, per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni che dalla sua bocca propria e non da quella di altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario Sanfermo per andarlo a visitare a Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica veneta ed in ogni accidente seguitato i principii della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, il quale non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar da' Tedeschi Peschiera, il che era stato cagione che egli avesse perduto mille e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che in somma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi, trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli Stati loro ai fuorusciti franzesi ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena; che già forse le artiglierie di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse.

Spaventato in tal modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di sè; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente si appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città ed avrebbero i Veneziani la custodia delle porte; i magistrati il governo dello Stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.

Queste arti usava Buonaparte, il dì 31 maggio, per ottenere pacificamente il possesso di Verona; dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì 29 del mese medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse.