A questo molo di Binasco, terra posta a mezzo cammino fra Milano e Pavia, moltiplicando sempre più la fama dello avvicinarsi de' Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della provincia. Chi poi non accorreva per la speranza de' soccorsi tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il facevano per la voce che s'era levata fra la gente tumultuaria che i Franzesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, si erano sollevati la mattina del 23 maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa grandissima sulla piazza. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le truppe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a martello; rispondevano, con grandissimo terrore di tutti, quelle della campagna. Nascondevansi i patriotti, perchè il popolo li chiamava a morte: pure, più temperato in fatti che in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a furia le porte. I soldati di Francia segregati erano presi; i rimanenti, non più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati o malaticci, a grave stento si ricoverarono nel castello, dove, per mancanza di vitto, era certamente impossibile che si potessero difendere lungo tempo. Arrivarono in questo punto i contadini, e, congiuntisi coi cittadini, aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che temessero per sè o che volessero aiutare quel moto, mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con giusta lance le cose, non vedendo a comparire da parte alcuna soccorsi in favore degli avversarii, davansi in preda all'allegrezza, e concependo speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardia e di tutta l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale franzese Haquin; nè così tosto ebbe messo il piede dentro le mura, che, minacciato nella persona, fu condotto per forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati franzesi, che disarmati ed incerti della vita e della morte, se ne stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto da' municipali, che ogni sforzo facevano per sedare quel cieco impeto. Ma finalmente il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e, trovato Haquin, lo volevano ammazzare; i municipali, facendogli scudo de' corpi loro, il preservavano, benchè ferito di baionetta in mezzo alle spalle. Mentre alcuni si adoperavano per la salute del generale, altri si ingegnavano di salvar la vita de' Franzesi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Bene fece poi Haquin ufficio di gratitudine a Buonaparte, che, ritornata Pavia a sua devozione, gli voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli e con istanti parole pregandolo perdonasse a uomini già vecchi, a uomini più abili a pregare il popolo concitato che a concitar il quieto.

Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia non già perchè vi si temessero dai più i Franzesi, avendo la rabbia tolto il lume dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano che quella furia, per trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della misera città. Così passarono le due notti dai 23 ai 25; ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il 25 maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si avvicinasse dalle parti di Binasco.

Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a Lodi, con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu, quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia. Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè questi incendii più presto si spandono che non si estinguono, tornossene subitamente indietro, conducendo con sè una squadra eletta di cavalli ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in Milano, considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione uguale alla rabbia, o forse, volendo risparmiare il sangue, si deliberava a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto, applicando l'animo a far sicuro colla forza quello che le esortazioni non avrebbero per avventura potuto operare, rannodava soldati e li teneva pronti a marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i Binaschesi, facilmente li rompevano, facendone una grande uccisione. Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco, l'arsero tutto.

Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e, fattosi al balcone del municipale palazzo, orava istantemente alle genti che si erano affollate per ascoltarlo. Con grande ardore parlava, desiderosissimo di salvar la città; ma più poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno che le persuasive parole. Gridarono non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai Franzesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe, accortesi oggimai che lo sperare aiuti estranei era vano, e che i Franzesi giù stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono tutto all'intorno le mura d'armi e di armati. Ma ecco arrivare a precipizio il vincitor Buonaparte ed atterrare a suon di cannoni le mal sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna; si nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il vincitor disponesse; aspettava Pavia l'ultimo eccidio.

Entrava la cavalleria della repubblica, correva precipitosamente, trucidava quanti ne incontrava: cento sollevati in questo primo abbattimento perirono. Entrava per la milanese porta Buonaparte, e postovisi accanto con le artiglierie volte contro la contrada principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestio dei cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo spaventevole e miserando; ma se periva chi andava per le vie, non era salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco; dava Pavia in preda ai soldati.

Non ci fermeremo a narrare il tenore di questa tremenda esecuzione. Nel giorno 23, nella susseguente notte, nel dì 24, le soldatesche, avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni, non si ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Tal era l'universale dei soldati; ma non sono da dimenticare i pietosi ufficii fatti da molti soldati franzesi in mezzo alla confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che, abborrendo dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare, altri, più oltre procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini ed alle miserande donne, chiamati a preda od a vituperio dai compagni loro; sì che sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scellerata. Quali si affaticavano per rinsensare le donne svenute, e riconfortarle; quali anche, vinti dalla compassione, tornavano indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili. Nè si dee passare sotto silenzio che se si fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano al sangue. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle case dell'università, che pur avevano molti capi di pregio anche per soldati. Questo benigno riguardo si ebbe per comandamento dei capi. Più mirabile fu ancora la temperanza de' capitani subalterni, ed anche dei gregarii medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani e di altri professori di grido, si astennero, o pregati leggiermente od anche non pregati, dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente il nome di scienza e di virtù anche negli uomini dati all'armi ed al sangue.

Finalmente il mezzodì del giorno 26, siccome era stato ordinato da Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva fatto, non incrudelì di soverchio contro i presi colle armi in mano ancora grondanti di sangue franzese: uno solo fu fatto passare per l'armi in sul primo fervore in Pavia; poi altri tre, che, portati all'ospedale, già vi stavano, per le ferite avute, col mal di morte. Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro e fuoco avrebbe.

Buonaparte, passato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che, essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi territorii, doveva tra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni cosa presagiva aver a riuscir ostinate e micidiali. Vedeva il senato che la terra ferma, quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva che i Franzesi si erano risoluti d'andar ad assalire il loro nemico dovunque il trovassero, e che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e l'altra per primo pensiero di procacciarsi i proprii vantaggi anche a pregiudizio della neutralità veneziana.

Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di Bergamo d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini, e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave; ma le instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava ed i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato che in un caso di tanta, anzi di totale importanza le cose di terraferma fossero rette con unità di consigli, aveva tratto a provveditor generale in essa Nicolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di spaventi e di pensieri sinistri. Diessi, come moderatore a Foscarini, il conte Rocco Sanfermo, con quale prudenza non si vede, perchè Sanfermo parteggiava piuttosto pei Franzesi, ed era in cattivo concetto presso i Tedeschi per essere stata la sua casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in Verona vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, considerando che la sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi; il senato medesimo non li conosceva; perchè l'operare in tanta sfrenatezza di principii politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello Stato, che si sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato privo d'armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.

Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero, per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu ch'egli volesse, correndo per la sponda occidentale del lago di Garda, occupare Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada che dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi, procedendo più oltre, mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le sue genti indietro per guisa che, invece di star minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.