Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.

Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole dipinte di estremo valore.

Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi, fra i quali il San Girolamo del Correggio.

Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori, il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse, oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati del duca.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima che partisse, con surrogar loro magistrati ed uomini o partigiani o dipendenti da Francia; e di procacciar denaro e fornimenti che l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual cosa, in luogo della giunta di Stato, creava la congregazione generale di Lombardia, ed al consiglio dei decurioni surrogava un magistrato municipale in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di grande stato, Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini, Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato ed a lui si riferivano gli affari più gelosi e più segreti.

Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte sulla conquistata Lombardia una gravezza di venti milioni di franchi, e faceva abilità ai commissarii e capi di soldati di torre per forza i generi necessarii, con ciò però che dessero polizze del ricevuto accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua era che cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati e sui corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa dall'intenzione l'esecuzione; ma i ricchi, sì perchè si sentivano gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti e licenziavano i servitori, chè poco bene disposti in sè per natura vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni dovessero continuar a pagare i salarii ai servitori. Ma fu il rimedio insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo, perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate di generi d'ogni specie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai generali, ai commissarii, ai comandanti, agli uffiziali, talmente il costringevano, che non era più padrone di sè medesimo, stanziava un'imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi milanesi. Non parlasi dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare, consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè a grandi e replicate vittorie era congiunta un'opinione politica ardentissima e molto diversa da quella dei popoli, fra' quali egli viveva. Il che sia detto generalmente, perchè molti uffiziali, o per gentile educazione o per bontà di natura, si portavano e dentro e fuori delle case del popolo conquistato in tale guisa che si conciliavano la benevolenza d'ognuno. Ma cagione gravissima di esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi che per uso dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei villerecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva e a chi non aveva, e così agli amici come ai nemici del nome franzese. Aggiungevansi le minaccie e le insolenti parole, più potenti assai al far infierire l'uomo che i cattivi fatti. Ciò rendeva i Franzesi odiosi, ma più ancora odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi o per le opinioni parteggiavano pei Franzesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi, anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti aiutavano l'impresa di una gente che, venuta per forza nel loro paese, aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Adunque lo sdegno era grande; la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli. A questi si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca e gli ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio franzese in Italia; che questa terra era pur tomba ai Franzesi, che sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro cacciate o gli eccidii; quindi eccitavano all'armi, quindi dicean calar dalle tirolesi rupi nuovi eserciti imperiali, quindi spargevano voler i Franzesi fare per forza una leva di gioventù lombarda per mandarla, con le genti franzesi incorporandola, alla guerra contro l'imperatore; e per quanto si sforzassero i magistrati di persuadere ai popoli il contrario, vieppiù nella concetta opinione si confermavano. In mezzo a tutti questi mali umori successe a Milano un fatto veramente enorme che li fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.

Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano, o gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti e gioie di grandissimo valore. Si aggiungevano, come si usa, capi di minor pregio, e fra tutti non pochi appartenevano a doti di fanciulle povere. Sacro era presso a tutti il nome di monte di pietà non solo perchè era segno di fede pubblica, ma ancora perchè le cose depositate la maggior parte appartenevano a persone o per condizione o per accidente bisognose. Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le robe più preziose che si trovavano riposte nel monte e le avviarono alla volta di Genova, avvisando il direttorio che là erano condotte acciò ne disponesse a grado suo.

Di ciò si sparse tosto la fama, magnificandosi con dire che non si fosse portato più rispetto alle proprietà de' poveri che a quelle de' ricchi, il che in parte era anche vero. Le quali cose, giunte all'insolenza militare, allo strazio che si faceva nelle campagne, alle improntitudine dei patriotti, partorirono una indegnazione tale che dall'un canto prestandosi fede a nuove incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si accese la volontà di far un moto contro i Franzesi. Nè fu la città stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè, facendo i repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà, incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda di cavalli, il quale, frenato l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a sbaraglio.

Ma le cose non passarono sì di queto ne' contorni di Milano, massimamente verso la porta Ticinese, perchè viaggiando e Franzesi e patriotti italiani, o soli o con poca compagnia, per quelle campagne, e non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservarli, furono da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano uccisioni ancor maggiori ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In Binasco principalmente l'ardore contro i Franzesi e contro i giacobini, come li chiamavano, era giunto agli estremi; e credendosi i Binaschesi ogni più crudele fatto lecito, ammazzavano quanti Franzesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Franzesi, furono barbaramente trucidati da quella gente.