Voleva prima di tutto che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i soldati e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare o restituire; se ne cavasse denaro, e sino i canali e le opere pubbliche fossero un po' tocche dalla guerra. Poi si corresse contro il granduca di Toscana, e si occupasse Livorno, confiscandovi le navi e le proprietà inglesi, napolitane, portoghesi e di altri Stati nemici della repubblica, sequestrandovi le proprietà dei sudditi loro; e se il granduca si opponesse, si dicesse perfidia, e sì allora si trattasse la Toscana come se fosse alleata dell'Inghilterra e dell'Austria.
Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè, se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra o d'Inglesi e di altri nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana, che la Francia stessa aveva e riconosciuta ed accordata col granduca. Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la sincerità e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati d'Italia, e riconosciuta la repubblica e fatta la pace con lei, e dato lo scambio, per istanza del Direttorio, al suo ministro conte Cartelli, cui sostituì il principe don Neri Corsini.
Era Genova stata straziata dalle armi franzesi e dalle avversarie, e poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali che dove mancavano le cagioni s'inventavano i pretesti, ed il fine era non di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova, si cominciò ad insorgere contro il governo genovese. Scriveva con una insolenza incredibile Buonaparte al senato, ch'era Genova il luogo donde partivano gli uomini scellerati, che, datisi alle strade, intraprendevano i carriaggi ed assassinavano i soldati franzesi; che da Genova un Girola mandava ai feudi imperiali ribellanti armi e munizioni da guerra pubblicamente, ed ogni giorno i capi degli assassini accoglieva ancor bruttati di sangue franzese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio della repubblica; che pareva che essa col tacere e col tollerare approvasse opere tanto scellerate; che il governator di Novi proteggeva i commettitori di tanti alti barbari; perciò arderebbe i comuni dove fosse ucciso un Franzese; voleva che il governatore di Novi si cacciasse, come Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati trasgressori della neutralità che egli osserverebbe bene e puntualmente, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di gente malandrina; e di egual tuono, e vieppiù soldatescamente accendendosi, scriveva al governatore di Novi.
Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè lo attribuire a sè medesimi opere tanto nefande non era nè verità nè dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era pericolo. Certo è bene che per quelle strade si commisero contro i Franzesi opere di molta barbarie; ma questi omicidii ed assassinamenti, di cui con tanta ragione Buonaparte si querelava, non già solamente sul territorio genovese accadevano, ma ancora, e molto più, sul territorio piemontese. Eppure non fece il generale di Francia che un leggier risentimento e nissuna minaccia contro il re di Sardegna, poichè contro di lui non aveva quel fine che contro Genova aveva.
A queste minaccie soldatesche succedevano le prepotenze parigine. Comandava il direttorio a Buonaparte s'impadronisse o di queto o per forza di Gavi, a fine di assicurare l'esercito alle spalle, e di conservarsi la strada della Bocchetta aperta da Genova a Tortona; col qual medesimo pensiero già s'era impadronito della fortezza di Vado: il che quale rispetto sia per la neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia voleva che come prima l'esercito repubblicano occupato avesse il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia mettesse in preda. Nè contento a questo, dimenticando tutto l'accaduto, comandava a Buonaparte che domandasse nuovamente vendetta e nuovi milioni di contanti per la straziata Modesta, ed operasse che coloro che si erano mescolati in tale fatto fossero come traditori della patria dannati; oltre a ciò, voleva e comandava che si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorii tutti i fuorusciti franzesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace generale.
Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano, repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciato del tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de' freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero nei porti veneziani.
Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui, imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli, che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori, correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro; e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.
Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.
In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi, trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse.
Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.