I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni, il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio, finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli ambasciadore di Bologna. Creato dà vincitori a Ferrara un municipio d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di scudi romani in contanti e di trecento mila in generi. Queste angherie sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè, concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si sollevarono gridando guerra contro i Franzesi. Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto concitata e risoluta al combattere. Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di cavalli e di fanti. Comandava intanto pubblicamente avessero i Lughesi a deporre l'armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposta sua mediazione; ma fu sdegnosamente rifiutata da que' popoli più confidenti di quanto fosse il dovere in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire per la ostinazione loro al cimento dell'armi, i Franzesi si avvicinavano a Lugo partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in un'imboscata, in cui restarono morti alcuni soldati. Nonostante, volendo il capitano franzese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta; narra anzi Buonaparte che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione de' messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Franzesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto valore. Finalmente i Lughesi, rotti e dispersi, furono tagliati a pezzi, con morte d'un migliaio di loro, avendo anche perduto la vita in questa fazione ducento Franzesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono. Comandava Augereau che tutti i comuni si disarmassero e le armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore fosse ucciso; ogni città o villaggio dove restasse ucciso un Franzese fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Franzese fosse ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse adunanze di gente armata o disarmata fosse ucciso.

Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto ne' feudi imperiali prossimi al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Franzesi. Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale Lannes con un buon nerbo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce e pel terrore de' supplizii.

Le vittorie de' repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia, l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo spavento Roma. Ognuno vedeva che resistere era impossibile, e l'accordare pareva contrario non solo allo Stato, ma ancora alla religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni che un vincitore acerbo per sè, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe dal pontefice richiesto.

Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore de' suoi consiglieri e del popolo serbava tuttavia la solita costanza, avea commesso al cavaliere Azara ed al marchese Gnudi andassero a rappresentarsi a Buonaparte e procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte, in nome e per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà perchè non gli era nascosto che l'imperadore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi Stati in Italia, e che però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto delle sue armi contro lo Stato pontificio. Laonde concludeva il dì 23 giugno una tregua coi due plenipotenziarii del papa, in cui fu stipulato che il generalissimo di Francia e i due commissarii del direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo franzese aveva verso sua maestà il re di Spagna, concedevano a sua santità una tregua da durare infino a cinque giorni dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi fra i due Stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse, a nome del pontefice, gli oltraggi e i danni fatti a' Franzesi negli Stati della Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si chiudessero, ai Franzesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierie, munizioni e vettovaglie si consegnasse a' Franzesi; la città continuasse ad esser retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi, statue, ad elezione de' commissarii che sarebbero mandati a Roma; specialmente i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si dessero; oltre a questo, cinquecento manoscritti, ad elezione pure de' commissarii medesimi, cedessero in podestà della repubblica; pagasse il papa ventun milioni di lire tornesi, de' quali quindici milioni e cinque cento mila in oro od argento coniato o vergato, e cinque milioni e cinque cento mila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle tre legazioni; il papa desse il passo ai Franzesi ogni qual volta che ne fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.

Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto gravi, parve nondimeno un gran fatto che si fosse potuto distornar da Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata città. Intanto non lieve difficoltà si incontrava per mandar ad effetto il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già tanto consumato dalla guerra, sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e degli argenti sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo che infino dai tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Santangelo, fu dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli, vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi Stati, aveva ritirato sette mila scudi di camera che erano depositati nel tesoro pontificio, come rapresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta di denaro coniato produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei privati, il quale, fu che le cedole, che già molto scapitavano, perdettero viemmaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo romore di guerra e sul bel principio d'una speranza di pace, le cose pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si provavano gli estremi d'una guerra lunga e disastrosa.

La presenza dei Franzesi negli Stati pontificii aveva bensì atterrito i sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa, esortato dal generale repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con pubblico manifesto e comandava ai sudditi, trattassero con tutta benignità i Franzesi, come richiedevano i precetti della religione, le leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli e la volontà espressa del sovrano.

Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello Stato. Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di risorgere, si inviava dal pontefice a Parigi l'abate Pieracchi con mandato di negoziare e di stipulare la pace.

Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie dei repubblicani sul Po e sull'Adda, ma alla ansietà succedeva il terrore quando vi si intese la rotta totale dei Tedeschi e la loro ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave quando i soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè, nulla più ostando che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto all'invasione. Laonde il re, volendo provvedere con estremi sforzi ad estremi pericoli, perchè, o fosse solo o dovesse secondare le armi imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che trenta mila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo Stato ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tanta gente con altre squadre d'uomini armati, comandava che si tenessero pronte a marciare e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si ordinassero tutte le persone abili alle armi, la qual massa avrebbe aggiunto quaranta mila combattenti. Perchè poi si usassero coloro che consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava loro privilegii e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali le forze temporali, scriveva ai vescovi ed ai potentati del regno lettere circolari, con cui gli ammoniva e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra, che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue e tante lagrime si erano sparse, era non solamente guerra di Stato, ma di religione; che i nemici di Napoli erano nemici del cristianesimo; e, così proseguendo, esortassero adunque, conchiudeva, i popoli ad impugnar le armi contro un nemico a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa; contro un nemico che, dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva, profanava i tempi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di più sacro e più reverendo ha ne' suoi dogmi, ne' suoi precetti e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla Chiesa sua Cristo Salvatore.

Così parlava il re ai vescovi ed ai prelati del regno. Rivolgendosi poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva, dicendo, sarebbero vincitori di questa guerra se a loro stesse a cuore difendere sè stessi, il re, i tempi, i ministri del Signore, le mogli, i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, esclamava, Dio vi proteggerà contro le armi barbare.

Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla basilica, dove, toccando gli altari e stando tutti tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, con fervorose parole orando, depose sulla sacra mensa le reali divise, come in custodia del sommo Iddio.