Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in quel popolo. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.
Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il rumore delle occupate legazioni e le ultime strette in cui era caduto il pontefice avevano indotto nei consiglieri del re la credenza che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlocchè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a concluder la pace col Direttorio. Buonaparte, fatte sue considerazioni su Mantova che ancor si teneva, e sulla stagione calda che oggimai si avvicinava, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Il 5 di giugno si concluse tra il generale e lui un trattato di tregua, con cui si stipulava che cessassero le ostilità tra la repubblica ed il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane, che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero e gissero alle stanze nei territorii di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri respettivi tanto per le terre proprie e conquistate dalla repubblica quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio.
In questo mezzo tempo si spogliavano dall'accorto vincitore di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna e Roma. A questo fine aveva mandato il Direttorio in Italia per commissarii Tinette, Barthelemi, Moitte, così Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio, così poco onorevole per la patria loro, non si sa come, benchè l'abbiano temperato con molta moderazione, non rifugisse al tutto l'animo loro.
Si avvicinavano intanto i tempi dei rei disegni del Direttorio contro l'innocente Toscana. Intendevasi, col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano che si cacciassero gl'Inglesi da Livorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano; ingegnandosi poi d'onestare il fatto col pretesto che gl'Inglesi tanto potessero in Livorno, che il granduca più non avesse forza bastante per frenargli, e dovere la repubblica con le sue forze andare a liberarlo da tale tirannide.
Per la qual cosa, come prima ebbe il generalissimo posto piede in Bologna e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupare Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il granduca, mandava a Bologna il marchese Manfredini ed il principe Tommaso Corsini, perchè facessero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoia che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito a Pistoia. Dal qual suo alloggiamento manifestava, il 26 di giugno, le querele della repubblica contro il granduca e la sua risoluzione di correre contro Livorno.
Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia o contro i Franzesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal Direttorio; non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione; avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.
Marciavano intanto i Franzesi celeremente verso Livorno condotti dal generale Murat, comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla Port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi, quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti tra piccoli e grossi e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Franzesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento all'avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura.
Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le napolitane sostanze, si confiscavano le inglesi, le austriache, le russe: s'investigavano i livornesi conti per iscoprirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e, per far colme le insolenze, si arrestava Spanocchi, governatore pel granduca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino, per lo men reo partito, offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi e da coloro che stavano sopra alla vendita con grande discapito della repubblica conquistatrice che vinceva i soldati altrui e non poteva vincere i ladri propri.
Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al granduca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al Direttorio, di torgli lo Stato, a cagione ch'egli era principe di casa austriaca; e perchè il tradimento avesse in sè tutte le parti di un atto vituperoso, mandava pur al Direttorio, che conveniva starsene quietamente nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa sino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.
Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè, usando l'opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che li possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano, quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara; per questo il generale della repubblica li trattò da nemico.