Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni di Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Tra costoro non tutti pensavano alla stessa maniera; perciocchè alcuni amavano i governi spezzati, altri desideravano l'unità d'Italia: fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente, ed i Franzesi chiamavanli la lega nera, e di essa i capi dell'esercito avevano più paura che del nemico.
Quanto al reggimento interno di ciascuna parte o di tutta Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, instituito con la moderazione della potenza popolare prudentemente ordinata, governo antico all'Italia. A questo consiglio si opponevano le operazioni disordinate dell'armi, l'assurdo capriccio de' Franzesi di quei tempi di voler applicare il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte, finalmente gl'Italiani servili imitatori delle cose d'oltremonti ed incapricciti ancor essi de' governi geometrici. Ma quegli altri confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio misto di democrazia.
Questi sentimenti principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da sè, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e dal direttorio. Il duca di Modena solo e senza amici, e, quel che era peggio, ricco o in voce di essere, si trovava esposto ai tentativi di questi uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva, per la forza delle opinioni e degli esempi che correvano, fedele disposizione ne' popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emulazioni con Modena, del governo del duca. La notte del 25 agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazia. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde, senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: i soldati del duca, impotenti al resistere, se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina per dar norma a quell'impeto disordinato. Condotto a fine il moto, crearono un reggimento temporaneo con torma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magistrati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma, desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana ed in Garfagnana, acciocchè, parlando e predicando, muovessero a novità. Inviarono Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a sè stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con sè non so che albero, il volevano piantare in piazza; gridavano accorruomo e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie a' Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze de' comuni.
Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello che le reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca: non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli Stati; lasciare interi gli aggravii di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniciose arti e per mezzo di genti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto non meritare il duca più alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua; l'esercito italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere in protezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà ed i diritti de' Modenesi e de' Reggiani sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però, non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le case, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al medesimo tempo occupavano Sassuolo, Magnano ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo Stato e ponendo mano in tutto che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, cantossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme: annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.
Or si torni alle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme. Ma l'aristocrazia era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazia trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici; li chiamavano tirannelli; il popolo sempre era di mezzo, e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando che, scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche que' tiranni de' senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano; il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare; i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranze di riforme, non accorgendosi che se il resistere alla piena era impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di costituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento che sussisteva in Bologna prima della signoria de' pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazia. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della costituzione tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla costituzione franzese, ma contenente altre parti: si abolisse la tortura, si moderassero le pene, si abbreviassero i processi.
Adunaronsi i comizii nella chiesa di San Petronio; il fine era di accettare o rifiutare la costituzione. Per voti concordi nominarono presidente Aldini avvocato raccolto il partito, trovossi avere squittinato quattro cento ottantaquattro; quattro cento trentaquattro pel sì, cinquanta pel no. Bandì il presidente, il popolo bolognese avere accettata la costituzione. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo; la notte fuochi artificiali, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli nelle grandi allegrezze.
Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi; tutta l'Emilia commossa.
In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. La sua presenza in Modena fruttava altro che parole. Chiamati a sè i primi, fece loro intendere, con un'arte esortatoria che era in lui molto efficace, si unisse tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano, il dì 16 ottobre, in Modena ventiquattro deputati per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse che avesse carico di levare, ordinare, armare quattro mila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse il dì 27 dicembre; questo secondo congresso statuisse la costituzione che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva di esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodici mila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione polacca, in cui si scrissero molti Polacchi, o disertori o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti in tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Franzesi, li facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani e li faceva intingere contro lo imperatore.
Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempire le condizioni, ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi non veniva a conclusione. Voleva il direttorio che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia; negasse il passo ai nemici, il desse ai Franzesi; serrasse i porti agl'Inglesi; rinunziasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo; proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva che il papa rivocasse qualunque scritto od atto emanato dalla santa Sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'89 in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse colla forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.
Sapeva Pio VI a quale pericolo sottoponesse sè medesimo e tutto lo Stato ecclesiastico col rifiutar la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli aiuti che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale, gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidii loro la santa Sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; dimostrando quindi di quanto danno fosse minacciata, sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero aver cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli, tanto vicino al pericolo, l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei mali affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione che, scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostoli sino a questi miseri tempi incorrotta e pura, doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.