Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria pestilente, che, massimamente a' tempi caldi, rende quei luoghi infami per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forastieri non assuefatti alla natura di quel cielo. Non è però che nel complesso delle dette fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali che possano resistere lungo tempo ad una valida e regolata oppugnazione; ed a porta Pradella, non meno che nelle mura a mano manca di porta Ceresa sono altri tratti difettosi. Sapevanselo i Franzesi quanto a questo ultimo tratto, che prima dell'arrivo di Wurmser avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto nell'opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova; ed era pur solito a dire, ed ei se n'intendeva, che con sette mila soldati, stante la difficoltà delle sortite per la strettezza degli argini, e la facilità di tenerli dagli assedianti guardati, se ne possono bloccar dentro Mantova venti mila.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavalleria, sortiva spesso con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna, il che tanto più facilmente poteva fare quanto più, essendo tuttavia padrone della cittadella e di San Giorgio, avea le uscite spedite, senza essere obbligato a restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente nuocevano a Buonaparte, il quale sapendo che l'Austria non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle strette per aver Mantova in mano sua anzichè gli aiuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè, cacciatosi di mezzo con la cavalleria, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemmaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita; avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori degli alloggiamenti. Ordinate le cose sue con opportuni comandamenti ad Augereau, a Sahuguet, a Pigeon, ed a quel pronto e valoroso Massena, fu l'industria e la virtù del generale di Francia aiutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, come Buonaparte prevedeva, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra San Giorgio e la Favorita, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere colla tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponte che dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tre mila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Franzesi i luoghi più opportuni all'ossidione e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio e tirato anche dalla necessità, per fuggire la molestia della fame, facesse, per andar a saccomano, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglia. Già sorgevano segni di mala contentezza che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro come fuori. Munivano i Franzesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.

Eransi nell'isola di Corsica maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Franzesi in Italia: il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi dell'armi si aggiungeva quella che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che, quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi e dalle taglie che avevano poste. Queste erano le cagioni, per cui la parte franzese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione: già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Queste cose si sapevano da Buonaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questo porto agl'Inglesi, ma ancora per muovere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo Stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo di insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli, Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e, provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidii. Era il passaggio di mare assai pericoloso per le navi inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principii, crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro aiutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno e si ordinavano in compagnie. Una compagnia di ducento, più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierie di montagna e cannonieri pratichi per governarli. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferraio, terra forte e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferraio, sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi; ricercandolo altresì mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicuravelo; e voleva finalmente che si aggiungessero ducento soldati franzesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore; ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì al rimanente.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferraio, che i Franzesi a Livorno portato avessero. S'appresentavano il dì 9 di luglio in cospetto di Porto-Ferraio, con diciassette bastimenti che portavano due mila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupare Porto-Ferraio, perchè i Franzesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupare anche Porto-Ferraio; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.

Avute il granduca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi, procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiaggie d'Acquaviva, e, per sentieri montuosi marciando, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferraio; quivi piantarono una batteria di cannoni e di obici con le bocche volte verso la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla lerce, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferraio e i forti per preservarli dai Franzesi; porterebbe rispetto alle proprietà, alle persone, alla religione; se ne andrebbero, fatta la pace o cessato il pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente; se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, protestando di alcune condizioni; le quali accettate, entrarono nella toscana isola gl'inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraia, di Stato Genovese.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da grandissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli, condottosi nell'isola e spargendo voci di prossimi aiuti e detestando la superiorità inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicino a Bastia ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastia, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi del nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastia in luogo di città franzese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti corsi, affinchè, arrivando a Bastia, aiutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. Occuparono i poggi che dominano Bastia. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, li fulminerebbe. Sopravvennero intanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonare quello che più non potevano conservare; e precipitando gli indugi dal forte di Bastia, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi; ma perdendo, scontratisi con Casalta, cinquecento prigionieri, e i magazzini; dei cannoni parte trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi della libertà si piantavano. Intanto guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastia a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Tuttavia l'armata inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore corso che li cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con sè nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivato a Bastia, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo con animo di cacciar gl'Inglesi da quell'ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando e tutti sanguinosi, alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata inglese che continuava a starsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batteria per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraia brevissimo frutto di violata neutralità.

Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Parlava ai Corsi con benigne e incitate parole, conchiudendo: «giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchia.» I quali violenti parlari, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni che della temperanza.

Fertilissimo di avvenimenti, e tutti di sommissima importanza, è quest'anno e chi volesse registrarli giorno per giorno come apparvero sulla scena, produrrebbe una confusione da non potersi così agevolmente strigare. Miglior consiglio sarà dunque il tendere più fila e venirle seguendo di mano in mano, ripigliando i tempi secondo l'opportunità, come si è fatto finora, perchè da ciò la narrazione acquisterà quella chiarezza e quella connessione che altrimenti le mancherebbero all'in tutto.

Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime; l'avere ridotto a condizione servile il re di Sardegna, ad accordi poco onorevoli quel di Napoli ed il papa, l'avere non solo vinto, ma anche spento due eserciti nemici, l'essere disarmata la repubblica di Venezia, l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar di una bandiera, davano argomento che la potenza franzese metterebbe radici in Italia e che questa provincia sarebbe per cambiare e di signori e di reggimento. Queste condizioni erano cagione che sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato contro il vecchio. E, vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savii e prudenti, i quali opinavano che, poichè la forza aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria italiana di mostrarsi e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti che scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Si persuadevano che se era scemato il pericolo delle armi avversarie, era cresciuta la necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti che avevano prevenuto o troppo ardentemente o troppo servilmente secondato i primi moti dei Franzesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose.