Quivi successe un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte e ripeterono tutti gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questi fu, che il generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaia di soldati, vi trovasse invece un corpo tedesco grosso di quattro mila combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglieria. Era Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante alemanno gl'intimava si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei tanto presumesse di sè medesimo, che si ardisse di chiamar a resa Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso e cinto da tutto il suo esercito: andasse e da parte sua al suo generale recasse, che se subito non si arrendesse ed in poter suo disarmato non si desse, pagherebbe con la morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di Desenzano, che avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o andasse errando a caso o si sforzasse di raggiungere il corpo principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le armi, si arrendessero a discrezione.
Comunque fosse di questo fatto, che il Botta contro tanti storici degni di fede si sforza di mettere in dubbio; tutte queste fazioni, quantunque di gran momento non avevano ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale se le speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser e tutto quello sforzo per la ricuperazione d'Italia, avessero a riuscire o fruttuosi o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo austriaco accampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la qual terra e le sue genti se ne stavano schierati i Franzesi. Erano i soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni agli altri si trovassero, il giorno 4 agosto, nissun motivo fecero per affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune genti fresche e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo donde potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente, appena aggiornava, essendo giunto il tempo che Buonaparte si era prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi gli imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica, comandava ad Augereau ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si tentasse per ancora di sforzare l'inimico, ordinava loro che, dato il primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per seguitarli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano franzese l'aveva ordinata; perchè, non sì tosto si era incominciato a menar le mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Franzesi, che fatto un po' di resistenza, si tiravano indietro. Dalla qual mossa, molto a proposito fatta, prendendo animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago con intenzione di circuire la sinistra dei Franzesi retta da Massena e di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva la rotta. Quest'era appunto il desiderio di Buonaparte; la fortezza di Peschiera, ch'era in suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei Tedeschi. Or mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier ad assaltare le trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto e più felice nel fine, ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le artiglierie, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole, fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di Medolano le artiglierie austriache e ne seguitava un sanguinoso combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue se ne impadroniva. Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già vacillava trovandosi spogliata di quel principale fondamento del ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi e lo dava ai contrastanti. Nè questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.
Wurmser, per ristorare la battaglia, vi mandava in fretta la cavalleria che urtando Beaumont e Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto che era giunto il momento di vincere, fè caricare con tutto lo sforzo di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti. Diventava allora la battaglia generale su tutta la fronte. Fuvvi che fare assai pegli Austriaci alla torre di Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino, Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito alemanno, parte rotto, parte intiero si ritirava al Mincio; il quale fiume, prestamente varcato a Veleggio, e la stanchezza dei perseguitatori li preservarono da maggior danno.
Questa vittoria di Castiglione poneva di nuovo l'Italia in mano di Buonaparte; perchè Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria, ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo dell'imperio di questa contrada, destinata ormai ad essere preda dei combattenti o serva dei vincitori.
Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa vittoria, si risolveva a perseguitar celeramente le reliquie del suo avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto tempo da lui spiegati al Direttorio, di voler andar ad assaltare, valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan che guerreggiavano sul Reno, la potenza avversaria. Le fresche vittorie, ed il terrore per esse concetto dai popoli e dai soldati nemici, era occasione favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto passare il Mincio, per veder quello che preparasse la fortuna sulla sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva trarre furiosamente da Augereau con le artiglierie contro Valeggio per dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sbaragliava, secondandolo Victor virilmente, Liptay, che fu costretto a ritirarsi a Rivoli. Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo d'aspettare a ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena, Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci. Chiedeva Fiorella le si aprissero. Il provveditore veneto che temeva che se due nemici, tanto sdegnati l'uno contro l'altro e nel bollor del sangue dei fatti recenti, si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande sterminio, rispondeva, che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le porte coi cannoni ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi. Ma i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.
Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, li conduceva alle fazioni del Tirolo. Salendo egli contro Wurmser, Sauret contro Quosnadowich e il principe Reuss, dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago; dal canto suo Buonaparte, superati, mentre Vaubrissi alloggiava in Torbole, tutti i siti forti, compariva in mostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi, già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo che chiamano il Castello della Pietra o di Caliano. Speravano, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto che potessero ogni cosa mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli che e la natura del sito e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate con incredibile fatica alcune artiglierie in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro a precipizio senza trarre alla forra che conduce al castello, e questo assaltassero. Nè fu meno pronta l'esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè, messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni, che cedendo allo audacissimo nemico si ritirarono a gran fretta in Trento. Nè credendosi sicuri, ritiraronsi più oltre sulla destra del Lavisio su la strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì 4 settembre. Vi perdettero gli Austriaci con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti o prigionieri. Dei Franzesi pochi mancarono per la speditezza del fatto.
Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il 5 settembre entravano i Franzesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, di fresco venuto dalla Toscana al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle lusinghevoli parole, dichiarando volere che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità tedesca e posti in libertà. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato de' popoli trentini; bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento.
Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser, il quale, invece di difendere per que' luoghi alpestri del Tirolo con le reliquie de' suoi i passi della Germania, deliberassi, con animoso e ben ponderato consiglio, di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in queste provincie, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere, o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi a Bassano con gli aiuti che, venuti dal Norico, si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia, ma bene non prese la via dell'Adige, anzi sprolungata per la valle medesima della Brenta la destra de' suoi, seguitava frettolosamente le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi soldati, secondo il solito, que' due folgori di guerra Massena ed Augereau. Marciarono tanto speditamente che giunsero gl'imperiali a Primolano e li vinsero con presa di molti soldati. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pe' Franzesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra, Massena a destra, e tosto il ruppero, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i Franzesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando e velocemente ancora seguitato da' repubblicani, passava l'Adige a Porto Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatto sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.
Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, e pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che la aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperador d'Alemagna era tale che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistare le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.
Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti. Ma non tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti o di poche acque velati, ma limacciosi tutti ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude che si dilata e circuisce in gran parte le mura. Oltre poi le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, ne' bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutti all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del Te del Migliaretto.