Mandava la signoria all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tirava più su colle richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agli Inglesi, sei mila Franzesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova, un presidio franzese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola patrizio veduto volontieri dagli agenti franzesi. Si faceva lo Spinola avanti, parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.
Intanto il dì 11 settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto che fece precipitar Genova alla parte franzese. Nelson, viceammiraglio d'Inghilterra, rapì sulla spiaggia di San Pier d'Arena una nave franzese: fu il caso tanto improvviso, che nè le artiglierie della Lanterna furono a tempo di romperne il disegno. Faipoult, usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione, domandava che Genova, dal cui porto era uscito Nelson per quella prepotente fazione, intercludesse i porti agl'Inglesi e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.
Le insolenze d'Inghilterra e le minaccie di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte inglese, sorse più potente la parte franzese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed approvato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.
Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome franzese, pubblicava, per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute, da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva che poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere infino a nuova deliberazione dai porti genovesi le navi britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi ed a tanti pericoli.
Intanto si stipulava, il dì 9 ottobre, a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due Stati dovevano vivere tra di loro. L'accettarono i Genovesi, sperando che con lei sarebbe confermato lo Stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due Stati che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidii; se la Gran Bretagna intimasse la guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi o scritti politici; i nobili processati nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero; la Francia promettesse di conservar intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze barbaresche, di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorii, due milioni di franchi, e le facessero un prestito di altri due milioni. Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di San Giorgio, i due del prestito pagati dai più ricchi.
Genova debole e lacerata da due nemici potenti fu obbligata a comporsi con uno di loro: il che non fu la sua salute. Venezia anch'essa tra due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di sè medesima, più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza. Bisogna premettere che principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le altre subordinavansi, era sempre la pace con l'imperatore non solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità e pel grado. Parevagli che, ove Francesco avesse accettato le condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe sarebbesi bene radicata e, per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta nemica; ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la Francia, si conghietturava che anch'essa sarebbe sforzata di venire agli accordi. Chiaro appariva che dalle condizioni dell'Italia, essendo già i Paesi-Bassi austriaci posti in possessione della Francia, pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di veder vicino le cose e di fare convenienti proposte all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo atto, non solo per la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare che il direttorio, od almeno qualche membro di lui, avesse concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però si era risoluto a mandare in Italia un uomo, quale gli sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse ed accuratamente rapportasse gli andari del generale italico. Del che o accortosi o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperii dimezzati, gli disse a viso scoperto che se veniva ad accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri, e l'accetterebbe; quando no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dov'era e dove aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza che si mantennero in tanti e sì diversi tempi ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.
Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse principalmente indrizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva, in nome della repubblica, di dare al re Genova co' suoi territorii con patto ch'egli cedesse alla Francia l'isola di Sardegna e si unisse in lega con la repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito italico un numero determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emmanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.
A questo succedeva ne' consigli dei reggitori della Francia un altro disegno per opera principalmente di Buonaparte; ma alle loro proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, perchè non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare per forza d'armi gli Stati d'Italia; questi negoziati correndo prima delle ultime rotte di Wurmser. Però Clarke e Buonaparte, non ostante le vittorie contro Wurmser, insistevano sempre maggiormente.
Conoscendo il direttorio la renitenza dell'Austria, aveva mosso, per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare che il timore superasse a Vienna ogni ostacolo. Dipendeva intieramente la Spagna, pei consigli e per la autorità del principe della Pace, dalla Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo fine principalissimo di aver amicizia con l'imperadore, di far proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il direttorio, oltre il timore da darsi all'imperadore, che Venezia, stante la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato d'entrar nella lega, e però che se gli sarebbe porta più colorita cagione di pigliarsi la repubblica. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere che in quel totale sovvertimento d'Europa il senato veneziano non poteva e non doveva più starsene isolato e da sè, ma sì consentire a quelle congiunzioni che per la sicurtà dei suoi Stati fossero necessarie, e che nissuna congiunzione migliore poteva essere che un'alleanza con la Porta, la Francia e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando della amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio veneto, ma ancora dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine, in qualità di persona pubblica procedendo, l'ambasciatore dava al bailo uno scritto, acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando che la repubblica franzese, oltremodo tenera della quiete generale e della preservazione degli Stati contro gli altrui disegni ambiziosi, si era risoluta a non istarsene da sè, in mezzo all'Europa commossa; che a questo fine desiderava congiungere a quella d'altrui tutta la forza sua; che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla; che sperava che specialmente il senato veneto si mostrerebbe pronto a concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del bailo e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due repubbliche. Quindi, più apertamente spiegandosi, dicea sue ragioni, perchè si avesse ad accettare la lega che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato per trattare una sì importante materia, rispondeva pe' generali, offrendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.
Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili Bartolammeo Gradenigo e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora deliberato, perchè i savi non gli avevano participato affare di tanta importanza, il 27 settembre, quando appunto più vive bollivano le pratiche di Clarke, si appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica franzese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo quello che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi Stati; e caldamente ragionando in acconcio della proposta, seguitava: offerirle il direttorio la alleanza del popolo franzese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue vittorie in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'aspetto che gli piacerebbe, stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini si attentassero di molestarla; le mandasse il senato un negoziatore a Parigi, si concluderebbe un trattato ad unione de' due popoli fondato sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica franzese; già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza con Francia.