In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del serenissimo principe, e per aprir l'adito alle future cose, aggiungeva altri discorsi ancora ed altri motivi, cui aiutava presso al senato il provveditore Battaglia, il quale, non si sa bene perchè, si era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del governo veneziano.

Grave al certo deliberazione era questa e che importava alla somma tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti da lei, e pieni d'un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi poteva portare con sè una immediata pernicie; ed in questo non si era infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si esporrebbe Venezia se a starsene scollegata e da sè continuasse. Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i savi di collegio, e, sebbene la sentenza in cui entrarono sia stata da molti biasimata e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia quello che le fu fatto; come se uno Stato independente fosse obbligato, sotto pena di eccidio, di opinare come uno Stato forastiero vorrebbe che opinasse, non si dubita di affermare che fu giusta, onorevole e conveniente ai tempi. Concludevano adunque che se la fortuna franzese preponderante non permetteva che si pendesse di più verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era destinato da' cieli che la repubblica perisse, doveva ella perire piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.

Serbando l'antica consuetudine di Venezia, come opinarono i Savi così fu approvato dal senato, che signora di sè medesima, e da ogni vincolo libera, si serbasse la repubblica. Rispondeva il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica franzese, che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni che verrebbero a produrre effetti contrari all'intento; che per antico instituto la repubblica di Venezia, lontana dall'ambizione e solita a temperare sè medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo politico nella felicità e nell'affezione de' sudditi e nella sincera amicizia verso tutti i potentati di Europa; del quale giusto ed immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle sollecitazioni contrarie in vari tempi fatte, essi potentati mostrati contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai veneti dominii con utile costante e contentezza inestimabile dei sudditi; che questa condotta del senato, confermata dal corso di tanti secoli felici, non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i sudditi, per la costituzione fisica e politica de' suoi Stati e per la sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni alle quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento con dire, sperare che il direttorio, conosciuta la ingenuità e la verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette e non sarebbe per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia, da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.

Rifiutata dal senato l'alleanza, con la Francia, restava a considerarsi se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con l'Austria. Ma a tutte le considerazioni prevalsero i consigli quieti, perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella e non voleva soverchiamente irritare contro di sè i repubblicani già padroni di buona porzione de' suoi territorii. Nondimeno, poichè non era da credere che l'Austria si tirasse indietro, potendo in mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia aver recato peso nella somma delle facende militari, se i Veneziani avessero congiunto le loro armi con quelle dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose e forti, avrebbero i Franzesi potuto ricevere grave danno.

Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle ombra; la Prussia. Il barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi, in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo che con dolore infinito vedeva la condizione del senato e delle venete provincie divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno non poteva nè immaginare nè tenere il senato: soggiunse poi però che non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici e collegato con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello Stato ad un avvenire certamente molto incerto e probabilmente tempestoso; che il governo che facevano i Franzesi delle terre veneziane, con aver violato le leggi le più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli altri di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni contro qualunque tentativo. Detto tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire che ei credeva che la sola potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato non poteva a modo nissuno sospettare ch'ei volesse una tale alleanza procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la sola potenza che potesse conservare l'incolumità e l'integrità dei dominii veneti; che a lui pareva, tale essere l'opportunità e la necessità di questa alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa d'Austria non poteva recarsi a male che la repubblica cercasse di guarentirsi dai sinistri effetti delle correnti cose. Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire che non si poteva ben prevedere qual fosse per essere, poichè fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo a più d'uno di chiamarsi scontento dei Veneziani e di recar loro col tempo qualche grave molestia.

Questo parlare e questa proferta tanto secondo il bisogno potevano essere la salvazione di Venezia, ed ogni motivo di Stato concorreva a far deliberare che si accettasse. Ben si era fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume, di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovasi scritto, questo rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di Stato, checchè a ciò fare li movesse, e dei savii, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli che non entrasse in questo trattato.

Intanto si laceravano dai belligeranti i sudditi veneziani con ogni maniera di più immoderata barbarie. Pretendendo parole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorii veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenze, non solo con comando ma anche con ischerno, le vite, l'onore e le sostanze di coloro che amici chiamavano. Quello poi che era involato per forza era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio o per grado aveva debito di provvedere ai soldati e di ritirarli dalia barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano da questi sfrenati. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia; ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi erano dal buonapartiano per moderazione e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato con tutti e da per tutto; le giustissime querele non facevano frutto.

Nè meglio erano rispettate da coloro che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private. Verona massimamente era segno della repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'ufficiale veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva l'armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armeria e nelle riposte veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori e vi piantava le insegne franzesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio, a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio bergamasco; e finalmente levava le lettere dalle poste veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero.

Considerando l'aspro governo fatto degli Stati veneziani, non si sa con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Franzesi.

Trattati a questo modo gli Stati della repubblica di Venezia, apparivano interamente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie li sobbissasse. Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi e gli riempivano di sdegno parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i popoli a nemici crudeli, porle contro i commettitori di tanti scandali. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terra ferma, tocche da quel turbine insopportabile, domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento, al danneggiare. Il senato piuttosto rispettivo che prudente cercava di mitigar gli animi, e quanto all'armi, andava temporeggiando, sperava che qualche caso di fortuna libererebbe i dominii da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica.