Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica veneta doveva cadere da per sè stessa. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano, per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo; i capi di strada pieni di uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore; quei luoghi medesimi che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente, allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonava d'armi e d'armati, e quelle armi e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.

Convocati i padri al suono delle solite campane e adunatisi in maggior consiglio, rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione a cui era ridotta la repubblica; e dopo ch'ebbe nel patetico suo discorso annoverate le vicissitudini precorse; «Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo de' tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava, a guisa di provvidi marinari, far getto di una parte del carico per salvare la nave. Li pregava pertanto e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in sè di dolce, di augusto e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello ch'erano per proporre alla sapienza loro i savii, a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose franzesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.»

Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno de' municipali eletti da Villetard. Posto il partito e raccolti i voti, fu approvato con 598 favorevoli e 21 contrarii. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato; poscia tra il dolore, la mestizia ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.

Il capitano in tanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte dalle noriche Alpi e la circuiva d'ogni intorno. Villetard l'insidiava dentro. Ma in tanta depressione di spiriti e viltà d'animi, costanza somma mostrava in Treviso, in cospetto del generalissimo, Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia, mentre sdegnato quegli accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinii; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido.

Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo Stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione aver a governare gli Stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nessuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di Stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e, come troviamo scritto, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza e per un certo splendore d'animo e di corpo che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici d'una politica libertà che non intendevano; ma siccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà piena di ogni bene, spoglia di ogni male.

Ma trattando di coloro che tenevano lo Stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa ed obbedivano al tempo. Altri per ambizione o per opinione secondavano il moto. S'accostavano ai promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori; non pochi altri che credevano che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, contrastava la maggior parte dei savi di terraferma, fra di loro più animosi mostrandosi e più vivi Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo.

Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene come persona pubblica a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi e della debolezza del governo veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente che da perversità di cuore procedevano; le geometrie politiche gli avevano stravolto lo intelletto.

Adunati ed ordinati in tal modo tutti gli amminicoli di distruzione, restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard, Donato e Battaglia continuamente istavano presso il governo, acciocchè riformando gli ordini e riducendoli alla forma democratica, pensasse finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportando che il numero degli scontenti e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì più, che già erano sedici mila, che già si congiurava alla rovina dello Stato, e molte altre cose aggiungendo.

Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi ammolliti da lunga pace ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I raggiratori, veduto il tempo propizio e temendo che la riforma si arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori spaventi e in sul volere che del tutto il patriziato si abolisse. Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati veneti, ai quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della repubblica consistere nella abolizione del patriziato e nella creazione della democrazia pura. Di questo scrivevano i veneti legati; di questo quell'Haller che si era fatto da pubblicano uomo di Stato. Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava voce che sei mila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le minaccie e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il maggior consiglio, il dì 4 di maggio, ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato ed alla creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al savio cassiere di rimettere all'ebreo Vivante, perchè li trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento che ancora si ritrovavano nella zecca.

Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgevano i repubblicani. Non si soddisfacevano del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento totale della forma del governo; desideravano che il maggior consiglio di per sè stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziato e creasse la democrazia. Pareva questa mutazione più solenne e più sicura. Desideravano al tempo stesso di occupare co' soldati franzesi Venezia, e far apparire che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si proponevano mille altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale e tutto che fosse del pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio veneto contro l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in condizione ostile. Per la qual cosa, mentre Villetard e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e le feste un trattato coi legati della repubblica in Milano.