All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del governo, ed all'introduzione di un presidio franzese indirizzavano Villetard ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con disarmare i legni e con allontanare gli Schiavoni che vi alloggiavano in numero di circa dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva che i congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone apposta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro fare un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer, affermando non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad arrestare i Franzesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fusina minacciare, già Brondolo e Chioggia pericolare dalle armi loro.
Quando più operava nell'animo dei patrizii il terrore, parendo ai congiurati che fosse il momento propizio, si appresentavano per suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirli Pietro Donato e Francesco Battaglia, e quindi, sulle loro rapportazioni, ad intendere dal segretario di Francia quello che vero fosse dei detti di Spada e di Zorzi. Tornati riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazia e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma e delle isole venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che del passato nè quanto alle persone nè quanto al governo non si parlasse; si chiamassero i Franzesi a presidiar la città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chioggia e tutte le isole circonvicine che fossero a grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la camera ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del municipio, Andrea Spada vicepresidente; Querini si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana e Genovese.
Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge ed il segretario di Francia, che altri ne volea aggiungere, ma fu dissuaso da Battaglia, restava che il maggior consiglio gli approvasse. Per questo Donato e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale voleva che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il maneggio con le solite promesse e coi soliti spaventi; fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i diritti ereditarii, che si creasse la democrazia, che si fondasse il governo rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia, e gli mostrava la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signoria. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forastieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle navi aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune disarmate da Condulmer.
Era il giorno 12 di maggio destinato da chi regge queste umane cose alla distruzione della veneta repubblica. Era adunato il maggior consiglio, gli arsenalotti, ma pochi, il custodivano; le navi difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al lido; si vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni che s'imbarcavano; il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero que' tristi presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche forme. La setta democratica trionfava.
Orava il doge pallido e tremante sui pericoli presenti: parlava delle congiure, de' desiderii di Buonaparte, dell'inutile resistenza, e delle promesse date, se si riformasse: proponeva in fine il governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa e per forma di saluto nell'atto del partire dagli Schiavoni, che nel sottoposto canale s'imbarcavano; rispondevano ugualmente per festa e per forma di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a San Zaccheria. Un subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero che fossero i congiurati intenti ad ammazzare il doge e tutto il ceto patrizio, siccome ne era corsa fama per le congiure; si aggiravano per la sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente e con gran pressa, parte, parte, che in lingua veneziana significava, squittinisi, squittinisi. Posto il partito, si vinceva con 512 voti favorevoli, 20 contrari, 5 non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite e le sostanze degli amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede che fossero i giusti riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello Stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarantita, conforme ai partiti già presi il primo e quarto giorno di maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a questo fossero conformi i desiderii del generalissimo di Francia; ed importando che in nissun modo senza tutela la patria comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizii veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi di oscuro nome ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono nè per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di amici disleali. Non mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta; nè ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo Stato per virtù superchiata, perchè coraggio non mostrarono e la cautela fu vizio. Epperò se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu; il caso di Venezia turbò allora tutto il gius pubblico d'Europa.
Poichè i patrizii ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità propria e di rimettere lo Stato nelle mani di Buonaparte, tale un timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini de' loro forti antenati e di quanto fu da essi fatto di grande e di glorioso sì in pace che in guerra, che, non sapendo più nè dove restassero nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti ad ogni affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del doge che, tutto smarrito, aveva dato ordine che di tutti i ducali segni si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro, lagrimando e gridando: Non è più Venezia, non è più San Marco, facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che ancora non ben sapevano chè alla patria sovrastasse. I novatori, che pensavano essere avvenuto quello che aspettavano, trepidando dall'allegrezza gridavano: Viva la libertà. Ma il popolo, che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione dalla parte de' patrizii, saputo il fatto, si accendeva di una furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione, chiamando unitamente il nome di San Marco. Cresceva la folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano le donne, i vecchi ed i fanciulli. Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando e schiamazzando. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore o d'odio. Correva alle case d'un pizzicagnolo che aveva fatto certe dimostrazioni a favor di uno uscito dai piombi, ed, in men che non si dice, sperdeva e rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di palesare i rei della congiura. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi de' ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna: là scriveva a quel governo ch'egli medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto. Poi egli e Donato, ai quali più d'ogni altro importava il calmar quel furore, facevano opera che si adunassero alcune compagnie di soldati italiani, e ne presidiavano il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Renier due cannoni, coi quali tratto ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine a quello incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e, preparato e mandato il navilio a Mestre, la notte del 16 al 17 maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattro mila soldati franzesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati sulla piazza di San Marco soldati ed armi forastiere non mai viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e tanto si continuò l'inganno che la ricca e potente Venezia rimase spogliata del tutto ed inerme.
Avevano Buonaparte ed i legati veneziani, ai quali, come si è narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno 12 dai patrizi e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati nè a conclusione di trattato. Ciò nondimeno le pratiche si continuarono pei loro fini, tanto per parte dei Veneziani come del generalissimo. Adunque si stipulava da ambe le parti il giorno 16 maggio in Milano un trattato di pace e di amicizia tra la repubblica Franzese e la Veneziana: cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse la annullazione dell'aristocrazia ereditaria, riconoscesse la sovranità dello Stato consistere nella universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Franzese concedesse, siccome n'era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe franzesi sgombrassero gli altri territorii veneti, tostochè la pace del continente fosse conchiusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di Stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Franzese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorii, la Veneziana pagasse alla Franzese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marineria, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissarii a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica Franzese si interponesse a pace comune tra la Veneziana e la reggenza di Algeri.
Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono in fatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando essere da parte dei mandatarii veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore.
La forza aveva insidiato Venezia, le chimere di una libertà fallace le diedero il tracollo. La medesima forza e le chimere medesime usando contro Genova, la si tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Laonde, non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia, scriveva Buonaparte, a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed operatore attivo dei disegni franzesi, che la rovina di Venezia doveva partorire necessariamente la rovina di Genova. Sapeva che il governo genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque in lui fosse più vigore che in quello di Venezia, sì perchè alcuni dei senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto medio era molta opinione contraria, credendo molti che la democrazia fosse da anteporsi all'aristocrazia, come se democratici fossero i modi di reggimento politico indotti in Italia in quei tempi. Aggiungevansi i capitali genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere e capaci a far calare i Genovesi ad un primo rumore d'armi. Infine pei passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo e per le antiche emulazioni. Alcune fortezze e molti siti del Genovesato erano in mano dei buonapartiani. Nè a questo contento il direttorio, aveva operato che Rusca e Serrurier appoco appoco e sotto altri colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.
Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi artifiziosamente voci che la Francia voleva dare la riviera di Ponente al re di Sardegna, e si affermava che una tale calamità sola si poteva allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua repubblica e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose. Buonaparte ed egli richiedevano nuovi prestiti di parecchi milioni alla signoria, consumata ed odiosa ai popoli se li concedesse, accusata d'inimicizia verso Francia se li negasse. Il farla vile fu anche parte dell'insidia: perchè un consiglio militare franzese, adunatosi nella sede stessa della repubblica, processava e condannava al bando da tutti i territorii di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle turbazioni sorte contro i Franzesi nei feudi imperiali. Non era più sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forastieri: fra i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo precipitoso e di estremi pensieri; fra' secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli. Erano costoro favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti, a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia in Venezia si era spenta, spegnere anche quella di Genova. I novatori, sicuri omai dello esito, si adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano; più il termine si avvicinava e più palesemente operavano. Avvertito il governo, creava inquisitori di Stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult; richiedeva la sua indennità come di Franzese, perchè addetto all'ambasciata. La signoria essendo sforzata, rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria, o per ambizione o per opinione. Si pruovava all'estremo caso ad insorgere; gl'inquisitori di Stato facevano carcerare due dei più audaci e temerarii novatori, sperando che il timore potesse frenare quella gente incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'aiutava dentro e fuori. Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che furiosamente dato alle armi, e proprie od a questo fine apprestate in casa Morando, ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno 21 maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult che la rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Venuti a lui due legati del senato, Gian Luca Durazzo e Francesco Cataneo, il pregavano che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse che la frenesia dei giornali milanesi contro Genova cessasse. Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo Stato ed a biasimarli dei tridui e delle novene come di dimostrazioni dirette ad odio dei Franzesi: cercava di temporeggiare, perchè gli accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili e con grida spaventose, cantando a tratto la marsigliese, s'incamminavano al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi e chi più ambiva il sangue o il sacco. A tanto rumore si adunava una calca incredibile fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano perchè in quel primo impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte fra l'allegrezza dei piaceri presenti e la cupidigia dei tumulti avvenire.