Sorgeva ai 22 l'alba che doveva addurre a Genova un giorno funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e, ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano una turba assai numerosa, con non pochi Lombardi ed alquanti Franzesi ancora. Il senato senza difese pel caso improvviso, si era perduto d'animo ed aspettava invece di operare.

Il popolo fedele al principe non si moveva. Andando loro il moto a seconda, i sollevati ardivano cose maggiori ed orrende. Traevano alle prigioni della Malpaga, sentina infame d'indebitati e di falliti, e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed armati i prigionieri, se li facevano compagni ai disegni loro. Cresceva il furore. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e poste loro l'armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri e d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo.

Fatto indi concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria e romore incredibile, essere spenta l'aristocrazia, Genova libera, i poveri esenti da' tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in mano del governo, i popoli di Bisagno e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica repubblica. Però, credendo non esser compiuta l'opera se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte e delle mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati ed occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.

Intanto s'era il senato raccolto timoroso e non pari tanto estremo. Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a Faipoult, perchè lo pregassero s'interponesse a concordia ed offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al Franzese, per essergli aperta l'occasione, e, condottosi al senato, con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo, s'accomodassero al secolo, riformassero lo Stato, verso gli ordini democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare. Stanziavano, si traessero quattro patrizi, i quali, convenendo con quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica dovesse scendere alla democrazia. S'eleggevano i patrizii, gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa de' novatori infuriata correva al ducale palazzo e contro di lui piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito. Tuttavia pareva che più rimedio non vi fosse per reprimere la ribellione.

Ma ciò che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il faceva il popolo. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari, e facchini massimamente, ed opponendo allo improvviso grida a grida, nappe a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria che già pareva certa. Facevano risuonare per tutta la città voce festose ad un tempo e minacciose. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierie a cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armeria, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno l'armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra questi alcuni che sapevano maneggiar le artiglierie. Si attaccava una battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i fratelli, ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si udiva da lungi ne' più segreti recessi de' liguri Apennini. Durava la battaglia parecchie ore; prevaleva finalmente la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi da' Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte fuggirono o nelle private case si nascosero: i più animosi, ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Li seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima, combattendo dall'un dei lati la disperazione, dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i Morandiani con ferite e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà come nelle guerre civili: il cadavere di Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti.

In mezzo a quella furia perirono parecchi Franzesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione per disfare il governo. Si vegliava la notte fra il dolore de' morti, il terrore de' vivi: s'accendevano i lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il senato vincitore per opera altrui, di nuovo si adunava per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo, da cui era veduto e salutato con grandissimi segni di allegrezza. Faipoult, veduto che la forza de' novatori era stato indarno, tornava sull'esortare e più accesamente di prima insisteva sulla necessità delle riforme.

Si stava intanto per la signoria in grandissima apprensione del come l'avrebbe sentita Buonaparte. Gli scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico e di scusa pei Franzesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte funestissime: non potere, scriveva, la repubblica franzese tollerare gli assassinii e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i Franzesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro che avevano fatto ardere la Modesta e maltrattare i Franzesi cittadini: se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro che il popolo contro di loro avevano provocato non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la genovese aristocrazia e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare la vita de' senatori per quella de' Franzesi in Genova, tutto lo Stato per le proprietà loro. Del resto tale fu la forza della verità che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro che, non che gli obbedissero, gli comandavano ed il difendevano; che delle uccisioni de' Franzesi i patriotti erano stati cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica, nissun Franzese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo in pericolo i Franzesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica Franzese per aver usurpato i suoi colori nazionali: ch'essi finalmente avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato, infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere.

Quest'era la condizione di Genova: il senato sbigottito, e servo della moltitudine, e diviso per le opinioni, tra il non poter inveire contro il popolo perchè lo avea salvato, ed il dover inveire perchè gli agenti del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva per sospetti. Già la casa di Morando spogliata da capo a fondo, incomiciavano a spogliar le case con solo degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti. Ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Franzesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse non aver i Franzesi avuto parte nella ribellione. Infuriava Lavallette e secondava Faipoult. Affermava che i carbonari erano stati pagati perchè uccidessero i Franzesi, e che per ordine espresso erano stati assassinati. Orrore, dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi, spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte franzese, a loro malgrado consentirono.

Il fine principale a cui miravano tutte le arti, gli spaventi e le minacce, non era punto la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di pochi magistrati. Volevasi la mutazione. Perilchè, vintesi dagli agenti repubblicani le prime domande, insorgevano con maggior calore, richiedendo il senato riducesse lo stato a forma più democratica e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava; e alla richiesta aggiungendo rappresentazioni, considerazioni ed esortazioni calorosissime.

Cotali esortazioni fortissime in sè stesse, operavano gagliardamente. Pure trovava non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano in quei reggimenti democratici, non amore nè gratitudine per la rinunziazione dei privilegii, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era andare dall'aristocrazia alla democrazia, ma bensì dal dominio consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di Venezia, che già si vedeva non avere, pel cambiamento fatto, trovato nè la libertà nè la concordia. Così si stava in pendente, e come accade nei casi dubbii e pericolosi, si amava lo stare solo perchè lo stare era consueto.