Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando che quel che aveva fatto fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente a Torino, e quivi tornava sui soliti studi, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo o di un altro secolo. Ma gli amici gli dicevano: «Tenivelli, che hai fatto? o fuggi o ti nascondi, se no tu sei morto.» Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato urbano, che faceva professione di libertà: il soldato, per prezzo di trecento lire, il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso nè parole. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.

Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio. Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso e per temperare un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito al pentimento e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto, feroce per l'esecuzione. Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona, e, fra le altre, che nissuno potesse negar grano o qualunque biada al pubblico, ove la volesse comprare al prezzo comune.

Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze e della cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli uni e le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo i tempi, a rimediare ad un pregiudizio sì grave con obbligare infino alla somma di cento milioni ai possessori dei biglietti i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i benefizi vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie, diminuiva poco dopo il valore della moneta erosa ed erosomista e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta milioni sul clero; ed altre cose ancora ordinava a queste consonanti. Miravano cotali provvedimenti alle rendite dello Stato ed al far tollerabile il vitto del popolo: altri se ne facevano per mansuefar le opinioni, buoni in sè perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori a niuna cosa che venisse dal re, volevano star contenti.

Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo Stato che pericolava. Ma due rimedii assai più efficaci di questi gli apprestava il cielo che voleva che la monarchia piemontese non cadesse se non dopo che avesse provato tutte le amarezze di una lunga e penosa agonia. Fu il primo l'aiuto dai propri soldati, l'altro l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo e condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto dominio, e, già non si aveva più timore che le valli di Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto, tumultuassero; solo alcune teste di novatori più ostinati o più coraggiosi facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San Marsano mandato a Milano ad implorare aiuto alle cose pericolanti, e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Il generalissimo scriveva di essere parato a fare quanto sapesse il re, desiderare per assicurarne la quiete, e lo avvertiva che già aveva fatto arrestare quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte co' suoi scritti.

Le lettere di Buonaparte partorirono l'effetto che se ne aspettava. I novatori, già rotti dai soldati regi ed ora caduti dalle speranze degli aiuti di Francia, posarono interamente. Domati i democrati, si faceva passo dalle battaglie ai suplizii: erano giusti, perchè contro i ribelli, ma sì frequenti che pareano piuttosto vendetta che giustizia. Di quattordici si prendeva l'estremo supplizio a Biella; di più di trenta in Asti; nè Moncalieri stava senza sangue, oltre quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a Racconigi; poi si soprastava per intercessione del principe di Carignano, dolente di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi fra i giustiziati un giovine Goveano, di natali onesti ed apparentato con famiglie di buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato, anzi lacerato il governo, come di una cosa enorme, e questa fu che il re, avendo ordinato che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero i fatti di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono. A Chiari le palle soldatesche ammazzarono venti persone in un giorno. Tanti supplizii frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire; avrebbero raffermo uno Stato intatto, indebolivano uno Stato scosso, insidiato e circondato da ogni parte da esempi pestiferi.

La moltiplicità dei supplizii non isvoglieva gli animi dall'infelice Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui. Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. S'offerivano testimonii pronti al carcere per le difese. Non furono ammessi, perchè si sospettava che amassero meglio servire alle amicizie ed alle opinioni che alla verità. Pure quello aver negato le difese parve cosa incomportabile. Castellango fra i giudici, Priocca fra i ministri, opinavano per la mansuetudine, il primo perchè gli pareva che il sangue di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed anche per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato a morte, e ambedue giustiziati sugli spaldi della cittadella. La morte sua contristava tutta la città e la rendeva attonita e paventosa lungo tempo.

Buonaparte vincitore desiderava che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, che morti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti e del suo valore. Questo era, come si è narrato, uno Stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva che sorgesse in mezzo alle monarchie d'Italia e contro l'imperatore medesimo una repubblica che, fondata sui principii nuovi, desse loro cagione continua d'inquietudine. Parevagli ancora che la fondazione della nuova repubblica avesse nella opinione dei popoli a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse in lui cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in questo, come alcuni pensarono, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso in cui, per opera o di altrui o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchia; poichè quel nuovo Stato italiano avrebbe potuto divenire per esso lui o asilo o ricompensa.

Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben e dato ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e svegliar le pratiche della pace e dar moto alle faccende cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi cisalpini di soldati piemontesi, austriaci, polacchi, papali e napolitani, che nelle legioni lombarda e polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorta, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi, per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro il re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Erano esorbitanze pazze e stravaganti, l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'era un ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi, si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. In un discorso, e basti dir di questo, di un giovane dotto, che aveva l'animo buono e come buono non sospettava in altrui quel male che non aveva in sè, esposti prima con molto acume i modi con cui gli uomini s'aggregavano primitivamente in società, favellava egli la domenica dei 7 maggio, paragonando le antiche epoche colla presente, descrivendo la libertà siciliana data da Timoleonte ed esortando gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà che, abbandonate le amene sponde del Ceso e del Peneo e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi, e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese, che Apennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe

Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, si è già raccontato. Il ducato di Parma, a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicare. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti cisalpini che quella aristocrazia ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cambiar lo Stato, ed in cui si mescolarono Franzesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo, avevano parlato molte cose e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto; oltre a ciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere romane: il governo macchinava ingrandimento; e voleva per sè e domandava con molta istanza ai Franzesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inchinati a sovvertire gli Stati deboli che ad ingrandirli. Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che parole o congiure o desiderii; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Franzese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente tedesca si congiungevano con gente italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni elvetiche, grande aiuto ai disegni che si avevano.

Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerie dei patriotti per sommuovere gli Stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una costituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno d'una amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano. Quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune; ma bensì un reggimento incomposto, difforme ed a volontà di forastieri; perciò era veduto non senza disprezzo e indegnazione dei popoli.