Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per interesse proprio, doveva avere per aderente il re.
A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato, un ordinamento per l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardia.
Queste piemontesi insinuazioni erano astutissime, siccome quelle che sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie de' Franzesi tanto desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia e dell'aumento della potenza propria. Perciò erano udite volontieri, non già dal direttorio, sempre invasato dai suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi stava allato a lui e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa che si facessero ammazzare quaranta mila Franzesi per loro; errare il ministro in pensando che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediante e vile; volere il ministro ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli, ma non saperne fare; non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici centinaia di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare che a far guerra; il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, che qualche avventuriere, o forse anche qualche ministro, gli desse a credere che ottanta mila italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti parigini, bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'italiani: se i ministri cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse allo esercito più di quindici centinaia de' loro e più di due mila destinati a mantenere il buon ordine in Milano; rispondesse loro che dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone a dirsi ne' caffè e nei discorsi, ma non ai governi; romanzi esser quelle, che son buone a dirsi ne' manifesti e ne' discorsi stampati; doversi ai governi parlare di un altro suono, perchè le falsità gli sviano, e le male strade li fan rovinare; non l'amore degl'italiani per la libertà e per l'equalità aver aiutato i Franzesi in Italia, ma sì la disciplina dello esercito, il valore de' soldati, il rispetto per la repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; aver ad essere un abile legislatore quello che potesse invogliar dell'armi i cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si ordinerebbe bene la loro repubblica infino a metter su trenta mila soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di Svizzeri, ma per allora non vi si poter far su fondamento. Nè maggior capitale potersi fare de' patrioti cisalpini e genovesi; doversi aver per certo, che se i Franzesi se ne gissero, il popolo gli ammazzerebbe tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarii di niun conto sono e Genovesi e cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia, per avere un ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza austriaca, che stringere amicizia col re di Sardegna e fermare con lui un trattato di alleanza.
Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato quando ancora l'imperadore combatteva in Italia e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbii. Infine era stato concluso il dì 5 aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe che all'imperadore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale colla Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro Stati d'Europa e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni; fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia, partecipassero nelle taglie poste in sui paesi vinti in proporzione del numero loro; quelle poste sugli Stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune se non comune: si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse alla pace generale, o del continente, le condizioni del re di Sardegna.
Questo trattato conteneva una condizione principalissima e di tutto momento pel re, e quest'era la guarentigia degli Stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni agli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose milanesi e genovesi. Restava che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva approvato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo; poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva che il ratificare ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperadore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben, insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè lo imperadore era sceso agli accordi, che il direttorio si ritirasse da lui e si stipulassero ne' sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggior sincerità e calore si era gettato dalla parte franzese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte.
Alle cose dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo Carlo Maurizio di Talleyrand, non volere il direttorio ratificare il trattato conchiuso col re di Sardegna, per molte ragioni che venia specificando. Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto perch'ei trovasse modo di ammollire, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono.
Mentre così il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni de' tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta monetata che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami de' soldati repubblicani, o di stanza nel paese, o di passo, le leve di genti, sì pei regolari che per le milizie, molto onerose, l'orgoglioso procedere de' nobili, certamente intempestivo, stantechè da esso principalmente nasceva la mala contentezza de' popoli e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti de' ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo quanto svegliato d'animo. Della nobiltà non si curava, de' re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimenti, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte che per opinione. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pafio, materassaio, furono sostenuti come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Veneria a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente; non trovarono nissuno. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regi a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi qualche tumulto e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro de' viveri, faceva oltraggio alle case del conte di San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usuraio: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega d'un panattiere che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni d'un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore un caso molto lagrimevole: che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù che possano capire in mortali uomini. Amici e nemici piangevano le sue disgrazie: tanto amore lasciava nell'estremo supplizio.
I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chiari e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè fatti prigioni i mille cinquecento soldati regi che vi stanziavano, insignorivansi intieramente non solo della città, ma ancora del castello. Molti altri luoghi vi aderivano. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regi, ma più per insidia che per onorevole vittoria. Poi i soldati correndo alla scapestrata, incominciavano a mettere a sacco le case di coloro che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba.
Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re o per odio ai novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma otto mila fanti e due mila cavalli, chiamati in fretta per sussidio della regia sede e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un rumor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a rumore e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo d'andar più oltre a tentar Torino. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i lor maneggi per tirare le cose a sè, ricorrere e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo e tanto buono quanto dotto, Carlo Tenivelli, autore elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per natura a quanto venia di fuori, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere istorie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle franzesi. Devoto alle casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, sognar rivoluzioni. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati lo andavano a levare di casa e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: «Fa, Tenivelli, un discorso in lode del popolo,» ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: «Tenivelli, tassa le grasce che son troppo care,» ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che vien le lagrime in pensando al fine che il fato gli apprestava. Tassate le grasce ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino.
In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile e che il suono dell'armi contrarie si udiva perfin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo. Il giorno stesso in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re, con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinarii sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile e più pronto per la vicinanza e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati andassero contro i ribelli e li vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnie regie ed in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.