Ora, tornando alla pace conchiusa, restava che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero ad effetto. Ma prima di raccontare la consegna fatta di quella città, è indispensabile andar brevemente rammemorando quali accidenti, quali umori, quali disegni sorgessero nelle varie parti dell'antico Stato veneto e nella metropoli stessa innanzi che i capitoli di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè, spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al quale non si sa qual nome dare.

Non così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti, chi seguitando i modi dei democrati franzesi più ardenti a' tempi delle rivoluzioni, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati; quelli si chiamavano da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; questi presso alcuni avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri, di aristocrati. Seguitavano queste parti i Veneziani, pochi con que' primi consentendo, molti, fra' quali i nobili, per lo minor male si accostavano ai secondi. Sedevano i municipali, pubblicamente nella sala del gran consiglio, dove le discussioni e le contese erano grandi tra l'una parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione. Così Venezia, anche posta al giogo forastiero, parteggiava; tutti però in questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse.

Perciò, come prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati e lettere a tutte le città del dominio veneto, dando loro parte della felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole ad accomunarsi ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire che si attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna e dominatrice, avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Anzi una nimistà generale, piuttostochè desiderio di unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Poichè poi gli odii già tanto intensi vieppiù si invelenissero, li rinfiammavano, non solo colle parole, ma ancora con gli scritti: Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova, esortava con lettere pubbliche e con parole molto veementi i municipali di questa città a far atterrare le insegne di San Marco ed a diffidarsi de' municipali di Venezia.

I democrati, facevano quello, e più di quello a che gli aveva esortati Victor. E appoco appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza posa il suo nome nelle gazzette cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle acque dolci dei loro territorii, cosa che solo contro ad un nemico, e forse nemmeno a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.

Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani e del Dandolo, di riputazione, ma ancor più di potenza, essendole occupati o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di amicizia, i suoi dominii verso levante. Veniva di leggieri fatta l'occupazione, perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non s'erano potuti accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome veneziano, si piegavano facilmente all'obbedienza austriaca, perchè l'imperio franzese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro, stimavano odioso.

Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi per antica consuetudine al nome franzese, e delle nuove opinioni per lontananza e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni e le ruine d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno recente. A questo si aggiungeva che i soldati della loro nazione, che in Venezia ed in Verona ed in altre piazze venete erano stati di presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che verso di loro avevano usato i repubblicani, troppo intemperanti della vittoria. Udite poi le veneziane cose e come e quanto i municipali di Venezia trascorressero nelle opinioni e nei costumi nuovi, si erano concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente che non avrebbero più comportato che s'ingerissero nelle loro faccende. Già minaccie annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi furono i villani ed i montanari di Traù e di Sebenico, i quali, scesi a furia commettevano atti di estrema barbarie; ucciso il Dalmata che fungeva le veci di console di Francia con tutta la sua famiglia; saccheggiate le case dei deputati eletti dai municipali di Venezia ad ordinare a modo nuovo la Dalmazia, ed i lor parenti perseguitati e parte uccisi. La mala usanza si propagava dal continente nelle isole vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di ferite, di uccisioni e di sangue.

Partivano da Trieste e da Fiume alla volta di Zara quattro mila soldati imperiali e vi giungevano parte sul finire di giugno, parte al cominciar di luglio. Accettavano i Zaratini lietamente gli Austriaci a sicurtà contro l'anarchia: giuravano fede all'imperatore tutti i magistrati e circa due mila soldati veneti che si trovavano in quella fortezza per presidio. Dopo Zara restava che si occupasse il rimanente della provincia. Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa di Trieste, occupava Spalatro, Clissa e Singo, per terra; per mare entrava Roccavina in Sebenico, dov'era accolto con molta allegrezza, perchè la ferocia dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove infuriato, e ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva quindi dai monti con una mano di Ungari di Transilvani, il conte di Warstensleben, e si univa a Roccavina, e così insieme occupavano i siti importantissimi delle Bocche di Cattaro. La Dalmazia tutta e l'Albania veneta entravano sotto il dominio dell'imperatore. A questo modo si andava sfasciando appoco appoco l'antichissimo imperio dei Veneziani.

A novità di tanto momento si risentivano i municipali di Venezia e facevano istanze presso Buonaparte e il direttorio, domandando che la Francia intercedesse, perchè l'antico dominio si restituisse. Querelavasene con Buonaparte Battaglia, imperciocchè è da sapersi che quest'antico provveditore di Brescia era stato chiamato da Buonaparte ai municipali veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse quale ministro loro. Querelavasi anche gravemente Sanfermo mandato dai municipali, anche per opera di Buonaparte, a sedere presso il direttorio di Parigi. Ne ottenevano entrambi buone parole: non dubitassero, o che la Francia sforzerebbe con le armi l'Austria a rilasciare le provincie occupate, o procurerebbe coi trattati che Venezia con nuove possessioni si compensasse, ora dando speranza che i paesi della terraferma, anche quei d'oltre Mincio, le si restituirebbero, ed ora che le sarebbero date in compenso le legazioni.

Era necessario che le isole del Levante veneto venissero in potestà dei Franzesi. Per la qual cosa Buonaparte aveva operato che con accordo dei municipali si facesse una spedizione di forze navali e terrestri a Corfù, isola per la grandezza e la fortezza molto principale in quelle spiagge; e perchè una forza preponderante vi fosse, ed anche perchè vi erano fornimenti di marineria di molta importanza, aveva, per mezzo del direttorio, dato ordine che al tempo medesimo da Tolone l'ammiraglio Brueys si avviasse all'isola stessa con la sua armata. Erano a quei tempi le isole del Levante veneto rette con dolce e giusto freno dal nobile Vidiman, fratello del municipale, il quale aveva con tanta efficacia e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo buon naturale operato che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e mobili, malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da Italia, fermamente si conservassero affezionate al nome veneziano. Quando poi incominciavano ad arrivare a Corfù i romori del cambiamento succeduto a Venezia, ancorchè grandissima molestia ne ricevesse, siccome quegli che per opinione e per consuetudine era dedito all'antica repubblica, nondimeno pensando che, se era perduto lo stato vecchio, gli rimaneva, se non una patria, almeno un paese al quale era suo debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo di calmare gli spiriti per farli perseverare nella loro fede ed affezione verso Venezia, qualunque avesse ad essere il suo destino. Nel che faceva grandissimo frutto a cagione dell'amore che generalmente gli era portato.

Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi distrutta l'aristocrazia ed allargato il governo alla democrazia. Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori delle isole e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero due commissarii per metter all'ordine il nuovo Stato; Vidiman sarebbe il terzo; verrebbero con una forte armata e con sei mila soldati. Tacevano se i soldati avessero ad essere veneziani o franzesi. Preparasse adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse bene e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito; soprattutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in qualche discordia o tumulto; in lui riposarsi, terminavano, con animo tranquillo i municipali ed intieramente rimettersi nella fermezza, nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più onorato su questa terra, adunava Vidiman i primarii magistrati sì civili che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa li serbassero i fati.