Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchi necessarii per la spedizione di Levante. Intendeva il direttorio al far uscire da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte d'armata veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perilchè si appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali franzesi da mare che dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai municipali, con parole melliflue protestando dell'amicizia del direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e promettendo che tutte le forze franzesi si adoprerebbe perchè ella fosse restituita alla antica sua grandezza. Si destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva l'armata al capitano di nave Bourdé. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano, empiute di Franzesi la maggior parte della settuagesimanona. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, in cui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli.

Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con sè danaro per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli amministratori che mandavano nelle isole, sei mila zecchini.

Appariva il dì 28 giugno nel porto de' Corfiotti l'armata apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman e gl'isolani molto si maravigliarono al vedere insegne ed uomini franzesi in luogo d'insegne e d'uomini veneziani. Suonavano a festa il dì 29 gli stromenti da guerra; i nuovi repubblicani sbarcavano. Venivano i magistrati a far riverenza agl'insoliti signori.

Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua volontà qualunque cosa ei volesse. Poi s'impadroniva dei magazzini del pubblico e di tutte le artiglierie ch'erano belle ed in numero considerabile.

A Gentili succedeva Bourdé, che poneva le mani addosso ai magazzini di mare ed a sei navi di fila e tre fregate veneziane. Gentili intanto i sei mila zecchini mandati da Venezia recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati ed agli amministratori venuti con lui.

Posto il piede e confermato il dominio franzese nell'isola principale di Corfù, mandavano Gentili e Bourdé forze di terra e da mare a prender possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo. Poi Gentili ed Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primarii abitanti, creavano i municipali di Corfù, fra i quali nominavano Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità.

A Venezia dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da sè, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa Pisani con fasto grande e con carico gravissimo di quella famiglia; i municipali non deliberavano se non sentito lui; i posti principali erano custoditi dai Franzesi; i municipali, chi per forza, chi per prudenza, chi per adulazione, servivano a Baraguey. Villetard, siccome giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si vedeva. S'incominciava a dar mano alle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo al toccare le più utili. Quanto di più bello e più prezioso avevano prodotto gli scarpelli od i pennelli o le penne greche, latine ed italiane era rapito dagli strani amici. Le gallerie, le librerie, i templi, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano e violentemente si sfioravano.

Il palazzo pubblico di Venezia fu dei più preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la galleria privata dei nobili Bevilacqua di Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone, di Bellini, di Mantegna, tanto care ai Veneziani e per bellezza propria e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne andavano ad ornare forestieri e lontani lidi. Molte statue di bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio, e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla libreria pubblica di Venezia e dalla galleria Bevilacqua. Nè i camei, opere preziose, si risparmiavano, e fra di loro quello tanto famoso che rappresentava Giove Egioco. Sessantanove medaglie greche o romane erano levate dai privati musei dei Muselli e dei Verità di Verona. Dei manoscritti, con grandissimo dolore degl'Italiani, dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci o latini o italiani o arabi, o in carta pergamena, o carta usuale o in carta di seta, saziavano le voglie dei repubblicani d'oltramonti. Sentivano la comune spogliazione le librerie pregiatissime dei monasteri di Venezia, di Treviso e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi. Alle medesime espilazioni andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosia si custodivano nelle librerie di Venezia, Treviso, Padova, Verona e san-Daniele. Queste preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei templi, dei musei e delle librerie. Restava il più bello e più glorioso segno della grandezza veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di Venezia dimostrava quale fosse stato anticamente il valore di questa generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo, dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re di Armenia, poi trasportati da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei Veneziani congiunti ai Franzesi, ch'ebbero in sorte altre costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Ziani, accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld che questi cavalli restassero a Venezia: spiacevagli altresì che i leoni conquistati dal valore del Morosini nel Pireo continuassero a starsene nella sede loro, segni della veneziana gloria. Ne gli spiacque e ne scrisse a Buonaparte. Cavalli e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro che, instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Alcuni dicevano e tuttavia dicono che questi spogli si eseguivano in virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori condizioni contro Venezia e di non osservar quelle che erano in suo favore.

Non solo gli ornamenti e le ricchezze veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come si è detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi giù romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, s'era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pontaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè fatto armata mano improvviso insulto contro di essa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro e via se lo portavano; furono, come portò la fama, circa duecento mila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma ei furon novelle. Gli agenti li serbarono, dissero, per la cassa militare.

Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè, sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva che ad un bel levarsi il popolo prorompesse e rivendicasse alla patria, con qualche solenne precipizio degl'involatori, le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro che aveva in titolo: I Romani in Grecia, e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Franzesi in Italia, eccitava i popoli italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava e più era letto. Villelard istesso il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome franzese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Franzesi, partoriva un effetto incredibile.