Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi e funeste. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di san Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero della libertà. Avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia loggia a cui si saliva per due scale laterali ornate di vaghi fiori e di arbusti odoriferi. Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella ducale. Due altre logge adorne e belle si vedevano in mezzo alla piazza e davanti alle procuratie, con orchestre pure a lato. Gli archi delle procuratie e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto dell'albero. Ed ecco alle diciassette italiane comparire con solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano i municipali. Quindi poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnavano, gli strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano. Intanto giva la processione; soldati italiani precedevano, seguitavano due fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso; i consoli delle nazioni, e i magistrati sì civili che militari e i capi delle arti coi simboli delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica militare, i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Le orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio, orava lo arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando la generosità franzese e la rigenerazione veneziana. Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie e facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Uscito il corteggio di San Marco ed in piazza tornatosi, dove promiscuamente e Franzesi e Veneziani intorno all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro e le insegne ducali; in quel mentre orava enfaticamente l'abate Collalto. Continuossi a ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una bella e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice.

Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al tempo stesso Bernadotte proibiva con animo sincero che in Udine si piantasse. Guyeux, al contrario, metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del Padovano sotto pretesto che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento di accidenti strani in proposito di un medesimo fusto figurativo.

Continuava Buonaparte a mostrarsi propenso ai Veneziani. Dimostrava non potere per le molte e gravi faccende che il travagliava, visitare, come desiderava, per sè stesso Venezia; ma mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì veneziani che franzesi furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i cannoni a festa e ad onore di privata donna. Accolta nella sala dei municipali era segno d'applaudisi infiniti: deputavano due di loro ad intrattenerla ed a farle onoranza. Furonvi feste, balli, canti, allegrezze d'ogni sorta: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria; nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Dandolo e gli altri municipali trionfavano e sempre stavano accanto alla donna e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se ne stava bieco ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti.

Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, coloro che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come si è narrato, molto ripugnavano al dominio veneziano. Laonde operavano che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natio di Desenzano, si sperava che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte Berthier affinchè presiedesse il congresso. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto a' Padovani aderivano che ai veronesi, i vicentini piuttosto ai veronesi che ai padovani, Treviso stava in favor de' veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Però Berthier, disciogliendo il congresso, pubblicava che circa l'unione i deputati non s'erano potuto accordare.

Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio cisalpino. In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio, che abbiamo più sopra riferito; Buonaparte se ne tornava a Milano. Di colà egli scriveva a Villetard: pel trattato di pace essere i Franzesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperadore impadronire; ma non doverla vuotare che venti o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti che volessero spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero de' diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile di creare un fondo, il quale potesse alimentare quelli fra i patrioti che si risolvessero a lasciar il paese loro e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Franzese parata a soccorrerli se ne avessero bisogno, con la vendita de' beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali o di guerra e di commercio che appartenevano al governo veneziano; essere indispensabile che la congregazione di salute pubblica (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault e con un Forfait e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere e tre galere sui cantieri.

Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima lasciar nulla che potesse servire all'imperadore per creare un navilio; la seconda, trasportare in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza usare quanto si vendesse nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurare le sorti de' Veneziani che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica e co' deputati delle città di terraferma, alla salute de' fuorusciti loro.

Avuto Villetard questo mandato, nella sala delle adunanze recatosi, ai municipali favellava, e gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. Serrurier, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia ed il mandato di far la consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in S. Giorgio il Bucintoro per cavarne le dorature, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni la città di Venezia. Francesco Pesaro riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.

Gli eccidii si moltiplicavano, continuavasi a spogliar Roma in virtù del trattato di Tolentino; nella qual bisogna con molta efficacia si travagliavano i commissari del direttorio. E perchè non mancasse in mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro che la moglie di Buonaparte desiderava per sè alcune belle statue di bronzo, le comperarono, e con le involate, a grado di lei incassarono. Saputisi dal papa il desiderio e la compera, ne pagava tosto il prezzo, perchè la donna se le avesse senza costo. Oltre a ciò apparecchiava una collana di preziosi camei, perchè fosse offerta da sua parte alla signora.

Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano de' due terzi per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault, ministro del direttorio, e per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per ispegnere il governo papale, ma bensì che si lasciasse andare di per sè stesso alla distruzione. I democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione delle loro macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco e credeva che il popolo non li volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il che veniva in grande diminuzione della reputazione del governo pontificio. Crescevano la penuria ed il caro delle vettovaglie; i popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte dei grani, che il papa era sforzato a concedere ad alcuni fra gli agenti sì civili che militari della repubblica. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo di paralisia. S'aggiungevano spaventi come se il cielo fosse sdegnato contro Roma. La polveriera del Castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti e parecchi edifizii rovinati.

S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione: in pena di guerra non si volle che il pontefice conducesse a' suoi soldi il generale Provera, su cui aveva fatto disegno. Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne aggiungeva una di natura molto singolare, e quest'era il pensiero nato in Francia, del voler fondare la religione naturale che col nome di teofilantropia chiamavano.