Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori, vedendoli volentieri e dando facile ascolto ai rapportamenti loro, e dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i mali semi producevano in Piemonte frutti a sè medesimi conformi. Sorgevano in più parti moti pericolosi suscitati da gente audace con intendimento di rivoltar lo Stato. Il più principale pel numero e pel luogo ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio dove erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti piemontesi. Circa due mila soldati liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi. Capi principali del moto erano uno Spinola, nobile, Pelisseri e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita ed intenta a novità. Un Guillaume ed un Colignon franzesi erano con loro. Nissuno pensi che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicate cose più immoderate contro i re di quelle che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna.
Dalle parole passavano ai fatti e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci. Fatti poscia più audaci dal numero loro che ogni giorno andava crescendo, marciarono armata mano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornavano con la peggio. Parecchi altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.
Si moltiplicava continuamente il dispiacere che riceveva il re dalle sommosse democratiche; infatti il prenunzio di romori di verso la Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo cisalpino e del generale Brune, in Pallanza, sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano come capi principali questo moto Seras, originario del Piemonte, ma ai soldi di Francia ed aiutante di Brune, ed un Lèotaud franzese, con un Lions franzese ancor esso, aiutante di Lèotaud. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; s'impadronirono della fortezza di Domodossola; vi trovarono alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se li menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli Valdesi, e già aveva occupato Robbio ed il Villard, ed accennava a Pinerolo.
Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore stesso del Piemonte, che tuttavia perseverava sano, avesse a fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva se non lontano ed inabile ad aiutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina, fomentando i moti. Pure intendeva all'onore se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si vedeva giunto alfine, di perire piuttosto per forza altrui che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un editto, in cui, mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a vedere che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender sè stesso nelle avversità, che in chi assalta altrui con impeto nelle prosperità.
Non ignorava però il re che la rabbia e la ostinazione delle opinioni politiche non lasciano luogo alle persuasioni. Laonde, facendo maggior fondamento sulle armi che sulle parole, aveva mandato sul lago Maggiore parecchi reggimenti di buona e fedele gente, affinchè combattessero i novatori dell'alto Novarese, e, ritogliendo dalle loro mani Domodossola, la restituissero al dominio consueto. Medesimamente mandava truppe sufficienti contro gl'insulti dei Carrosiani. Pinerolo si empiva di soldati per frenare e spegnere l'incendio sorto nelle valli dei Valdesi.
Ma il fondamento di tutto consisteva nel modo in cui la repubblica di Francia sentirebbe queste piemontesi sommosse; perchè s'ella le fomentava, era impossibile il resistere. A questo fine insisteva fortemente il ministro Priocca presso a Ginguenè, acciò dichiarasse qual fosse veramente negli accidenti presenti l'animo del governo franzese. Gli estremi lamenti che ei faceva sentire della cadente monarchia piemontese, non erano certo segni di animo doppio e non sincero; che anzi la sincerità era tale, che non solamente induceva persuasione nella mente, ma ancora muoveva vivamente il cuore.
Rispose Ginguenè con sincerità e con parole degne, non di lui, ma del direttorio; ed al suo dire aggiungeva rimprocci sul modo con cui il governo piemontese reggeva i suoi popoli, favellando degli abusi che gli scontentavano, dei rigori usati, dell'angustia delle finanze, del caro dei viveri, della insopportabile gravezza delle imposizioni. Concludeva che i moti di sedizione non portavano con sè alcun pericolo, se niuna radice avessero nella propensione dei popoli; ma che bene era da temersi, che i Piemontesi, la nobiltà in fuori, desiderassero esito felice alla impresa dei sollevati: chè però esortava preoccupassero il passo e prevenissero la rivoluzione col dare spontaneamente al popolo tutto che si prometteva dalla rivoluzione.
In mezzo a tante angustie del governo regio, Ginguenè, come se desiderasse torgli non solo la forze, ma ancora la mente ed il tempo di deliberare sulle faccende più importanti, non cessava di travagliarlo con importune richieste, muovendolo a ciò fare parte i comandamenti del direttorio, parte i proprii spaventi. Chiedeva perciò ed instantemente ricercava Priocca, operasse che il re cacciasse da' suoi Stati i fuorusciti franzesi, ed ancora proibisse, sotto pena di morte gli stiletti e le coltella. Voleva altresì, e minacciava il re se nol facesse, che disperdesse i Barbetti che infestavano le strade ed assassinavano i Franzesi. Schermivasi Priocca con ottime ragioni, ed affermava che il governo regio, per quanto stava in lui, fosse molto vigilante a render sicuri i Franzesi in Piemonte, e quello che diceva anche sel faceva. Ma bene debbe far maravigliare ognuno che, secondo gli umori o alla prima favola raccontata all'ambasciator di Francia dai democrati che gli andavano per casa, tosto ei si movesse a domandare anche con termini molto imperativi, la liberazione degl'incolpati. Tra questi è famoso il fatto di un Ricchini, detto per soprannome Contino, che Ginguenè a nome del direttorio richiese solennemente al re, ed il re lo satisfece dell'effetto, dandogli incontanente e senza difficoltà l'uomo accusato d'assassinio di un Franzese.
I terrori di Ginguenè erano anche fomentati dalle esorbitanze dei democrati più ardenti, i quali, veduto che i Franzesi a tutt'altro pensavano che alla libertà d'Italia, si erano deliberati a voler camminare da sè ed a fare un moto contro i nuovi signori, tacciandoli di tirannide e d'oppressione. Questa gente audacissima, presa occasione d'un lauto desinare dato dall'ambasciator di Francia a tutti i ministri che si trovavano alle stanze in Torino, si misero a dire le cose più smodate che uomo immaginarsi possa. Nè contenti alle parole mandarono attorno uno scritto, che fu portato da Cicognara a Ginguenè. Egli era espresso in questa forma: «Popoli della terra, e voi massimamente patriotti ed amici sinceri della libertà e dell'umanità, ascoltate le mie voci. Ha la Francia accettato e dichiarato i diritti degli uomini in presenza dell'Ente supremo; ella ha punito il tiranno che a loro voleva opporsi, ella ha rovesciato il suo trono, ella ha disperso tutte le forze dei confederati di Europa, ch'erano accorsi in suo aiuto. Tutti questi miracoli ella gli ha fatti perchè ha trovato dappertutto uomini che e conoscerono la giustizia della sua causa, e non esitavano a dichiarirsi per lei contro la tirannide. Si era la Francia conciliato l'amicizia loro, dichiarandosi l'amica di tutti i popoli e promettendo di aiutar quelli che com'ella portassero odio ai tiranni. Popoli della terra, la Francia ha mentito. Il solo scopo ch'ella si è proposto è quello dell'interesse; ella non ha in nissuna stima i popoli, i tiranni soli le stanno a cuore. Ella se ne sta tranquillamente rimirando le carnificine dei patriotti, e si rallegra del trionfo dei despoti. Gli agenti che manda presso a loro per compiacere al loro orgoglio e per istringere gli empi nodi della loro amicizia, invece di vestirsi a lutto per la morte degli amici della libertà, celebrano feste scandalose e bevono nelle medesime coppe dei tiranni. Il sangue di coloro che amici della libertà si protestano, scorre a rivi e dilaga sovra una terra fatta per esser emola della patria loro. Ciò non ostante e' non si risolvono ad abbandonarli. Gli splendori del trono li rendono spettatori insensibili dell'orribile ecatombe immolata a piè della tirannide. E col nome di amici dei popoli si chiamano! Col nome di amici dei popoli si chiamano essi, cui la guerra civile con tutte le sue orribilità non turba, essi che l'oro dei tiranni corrompe! Popoli della terra ascoltate le voci d'un uomo che è spettatore di tante scelleraggini e che ne pruova un dolore orribile. Ardete le dichiarazioni fraudolente dei diritti dell'uomo ch'eglino vi hanno portato. Chiudete gli occhi alla luce che risplende dal tempio della libertà, fate lega coi vostri tiranni, servite ai capricci loro, abbracciate sinceramente la causa loro, o perirete. La Francia non atterra più troni; essa li difende: essa vuol fare ammenda dell'insulto fatto alla tirannia: con una mano opprime i popoli ai quali per suo proprio interesse dà la libertà, dall'altra tutela i tiranni che divorano i popoli servi. Le spoglie degli uni e degli altri appena bastano a saziare l'immensa sua cupidigia. Popoli, ancora un lustro, e non vedrete più nella deserta Europa, salvo che in Francia, che tiranni e ruine.»
Questo scritto tanto impetuoso e sfrenato e principalmente diretto contro Ginguenè, avrebbe dovuto farlo accorto, se non avesse avuto la mente inferma, del cammino a cui si andava con questi amatori della libertà, e quale speranza di governo buono da loro si potesse aspettare. Intanto tutta l'ambasceria di Francia ne era mossa a rumore. Ginguenè prese contegno con Cicognara; poi ne scriveva al direttorio, con molta istanza pregandolo operasse efficacemente col direttorio cisalpino affinchè Cigognara avesse presto lo scambio a Torino, ed in ciò andarvi la salute della Francia.