L'ecatombe mentovata nello scritto fu quella della battaglia combattuta tra Gravellona ed Ornavasso, nella quale prevalendo alla fine i regi prima perdenti, i repubblicani assaliti di fronte e da tergo e soprafatti dal numero soprabbondante degli avversarii che su quel punto si erano spinti avanti con grande sforzo, andarono in rotta, nè fu più possibile ai capi di rannodarli. Centocinquanta repubblicani perirono nella fazione; quattrocento vennero vivi in mano dei vincitori. Cento furono uccisi soldatescamente in Domodossola, tornata, subito dopo la battaglia, in poter dei regi. I superstiti furono condotti nel castello di Casale, dove si fecero loro i processi militarmente; trentadue condannati a morte.
In questo mezzo tempo arrivarono novelle importanti da Parigi. Mancava al cupo ravviluppamento dei tempi che si accagionassero dal governo di Francia i re, e specialmente quel di Sardegna, di essero loro medesimi gli autori delle ribellioni. Aveva Ginguenè con instanti parole descritto al suo governo i supplizii dei Piemonte. Il direttorio, che poteva veramente intromettersi per umanità, amò meglio mescolarvi le accuse e l'inganno. Scriveva il dì 17 maggio Taleyrand a Ginguenè, che i moti d'Italia, quelli soprattutto ch'erano sorti in Piemonte, mostrandosi con sembianza minacciosa e molto pericolosa, era venuto il direttorio in una risoluzione definitiva; che sapeva il direttorio di certa scienza che si era ordita una congiura col fine di far assassinare tutti i Franzesi in Italia; che sapeva ugualmente che moti sediziosi si fomentavano a questo fine in ogni parte, acciocchè i soccorsi di Franzesi essendo addomandati al tempo medesimo in luoghi diversi, le loro forze per la spartizione si indebolissero e fosse per tal modo fatto abilità agli assassini di ucciderli. Sapeva finalmente che non contenti al dare compimento a sì scellerato proposito, volevano ancora imputarlo a coloro che si credevano amici della Francia, affinchè la morte loro si rendesse più sicura. In tanta complicazione, come diceva, di preparati delitti, faceva Taleyrand sapere a Ginguenè che il direttorio aveva risoluto di salvare e l'Italia e i Franzesi e gli amici della repubblica dai mali che loro sovrastavano; gl'intimava pertanto che si appresentasse al governo del re, della orribile cospirazione favellando tanto evidentemente tramata dalle potenze straniere e nemiche della Francia, e dimostrasse volere il governo franzese risolutamente ch'ella e per cagioni e per pretesti intieramente fosse diradicata; volere che prima di tutto offerisse il governo del re indulto leale ed intiero a tutti i sollevati sì veramente che le armi deponessero, ed alle case loro ritornassero; volere che il re adoperasse le sue forze contro i Barbetti che desolavano quelle infortunate regioni, ed usasse tutti i mezzi per fare che le strade tra Francia e Italia fossero libere e sicure. A queste condizioni, e per allontanare il timore che le repubbliche Cisalpina e Ligure turbassero il Piemonte, interporrebbe il direttorio la sua autorità, perchè si mantenessero in quiete. Ordinerebbe anzi a Brune che apertamente ed espressamente comandasse ai sediziosi che disolvessero le bande loro e si ricomponessero nel riposo. Caso importante ed urgentissimo essere, aggiungeva il ministro di Francia, le anzidette condizioni, perchè tanti giudizii arbitrarii, tanti supplizii crudeli contro uomini raguardevoli per virtù e per dottrina, e che solo parevano essere stati condotti alla ora estrema, perchè erano amatori della repubblica Franzese, non permettevano che si proponesse indugio. Se il governo sardo non accettasse le condizioni offerte, si renderebbe manifesto esser lui, non più vittima, ma complice delle sedizioni, cui fomenterebbe in segreto fingendo di temerle in palese. Del resto badasse bene Ginguenè a non chiamare mai i sediziosi patriotti, ma sì sempre amici della Francia.
Fece Ginguenè molto efficacemente il dì 24 di maggio l'ufficio. Vi aggiunse di per sè parecchie parti. Ma parendo allo ambasciatore che lo sforzare il re a perdonare ai ribelli e di chiamare amici di Francia coloro che macchinavano contro il suo Stato, forse anche contro la sua vita, non bastassero a costituirlo in compiuta servitù, voleva ed instava presso al direttorio che la Francia doveva avere piena ed assoluta autorità in Piemonte, che per propria sicurezza ella doveva forzare il re a cambiare i suoi ministri ed a richiamare il conte Balbo da Parigi affermando essere lui l'agente di tutta la confederazione d'Europa in quella capitale.
Il governo piemontese stretto da sì vive istanze e mosso da sì gravi minaccie, ordinava il dì 25 di maggio, che si sospendessero sino a nuovo ordine i processi non dei condannati, e si soprassedesse alle pene dei Franzesi che si fossero mescolati nelle ribellioni.
Intanto il dì 26 di maggio alle 4 della mattina i fossi di Casale grondavano sangue. Lèotaud, aiutante del generale Fiorella, e Lions aiutante di Lèotaud, ambedue franzesi di nascita, ma non di servizio, con otto altri, parte forastieri, parte Piemontesi, che, per aver combattuto nella battaglia di Ornavasso erano stati condannati a morte, soggiacquero all'estremo supplizio. Fu accusato il governo piemontese, per questo caso, di studiata barbarie; perciocchè diedero veramente a pensare l'ora insolita dei supplizii e la tardità della staffetta apportatrice a Casale dell'ordinato soprastamento: soffermossi nove ore in Torino. Certamente i condannati erano rei; ma pur troppo atroce fu la deliberazione dello avere a bella posta ritardato le novelle ed accelerato i supplizii affinchè la salute arrivasse quando già morte spaziava. Levò Ginguenè pe' due Franzesi morti gravissime querele, minacciò il governo piemontese, scrisse a Parigi, ch'era oggimai tempo di purgar la Francia dal dire calunnioso che si faceva, ch'ella tollerasse le carnificine dei Franzesi e degli amici loro per forza dell'oro mandato a Parigi al conte Balbo.
Disfatto il nido dei repubblicani di Pallanza per la vittoria d'Ornavasso, restavano i Carrosiani, che divenivano ogni giorno più molesti. Non ignorava il governo piemontese che i moti di Carrosio avevano più alte radici che quelle dei repubblicani piemontesi, perchè Brune e Sattin segretamente e palesemente li fomentavano. Tuttavia, non volendo mancare al debito degli Stati, si era deliberato di mostrar il viso alla fortuna. Ma prima di venire al mezzo estremo delle armi contro quella sede tanto irrequieta di Carrosio, poichè gli era forza traversare il territorio ligure, aveva rappresentato a quel governo che i suoi nemici non avevano potuto condursi a Carrosio senza passare pel territorio della repubblica; che lo stesso facevano per venir ad invadere il territorio piemontese, passando eziandio sotto i cannoni di Gavi; che quando potesse aver luogo una vera neutralità, la repubblica, come neutrale, non poteva in questo caso sofferire nel suo territorio i nemici di sua maestà che ne abusavano per offenderla, tanto meno dar loro il passo libero per venire ad attaccarla, e che doveva o dissipargli ella medesima o dare alle genti regie quel passaggio stesso ch'ella dava a' suoi nemici.
Rispose la repubblica che non consentirebbe mai a dare il passo; solo prometteva di reprimere gl'insulti, di prevenire le aggressioni, e di allontanare quanto potesse offendere la buona amicizia delle due parti. Ma queste protestazioni erano vane. Continuavano i Carrosiani ad ingrossarsi, ad ordinarsi, ed a trascorrere alle enormità più condannabili, poichè e continuamente traversavano il territorio ligure per andar ad assaltare i regi ed intraprendevano le vettovaglie, che per quelle strade viaggiavano verso il Piemonte, ed arrestavano e svaligiavano i corrieri.
Insorgeva con animo costante il re, ed ordinato un esercito giusto, il mandava all'impresa di Carrosio sotto la condotta di Policarpo Cacherano d'Osasco, uomo non privo di sentimenti generosi, nè senza qualche perizia militare. Avvertiane il governo ligure, avvertiane l'ambasciatore di Francia, avvisando che solo fine della spedizione era di cacciare i sediziosi da Carrosio, di ricuperare quella terra di suo dominio, di dar quiete a' suoi Stati.
Sentì sdegnosamente l'ambasciatore questa mossa d'armi, e rescrivendo al ministro Priocca, intimava facesse incontanente, se ancor fosse tempo, fermar le genti che marciavano contro Carrosio, perciocchè non fosse possibile di assaltar quella terra senza violare il territorio ligure, la qual violazione non poteva non portar con sè gravi e pericolosi accidenti.
Il re, stretto da tanti nemici ed oppresso da chi doveva aiutarlo, non si perdeva d'animo, volendo che il suo fine fosse se non felice, almeno generoso. Rispose Priocca allegando la ragione, come se la ragione avesse che fare nel dominio della forza. I soldati regi, attraversato il territorio ligure, cacciavano facilmente i repubblicani da Carrosio e si facevano padroni della terra. Poscia per maggior sicurezza, munirono di guardie tutte le alture circostanti.