Le cause ecclesiastiche si agitavano nel tribunale del vicario apostolico mandato dal papa, con autorità universale, e dalle sue sentenze si appellava alla corte di Roma.

Paoli sentiva dell'ignoranza de' suoi compatrioti dolore acerbissimo: nissun mezzo più acconcio vedeva per dirozzare, ingentilire ed appiacevolire la nazione, di quello d'illuminare gl'intelletti ed informare gli animi co' buoni esempii. In ciò non concordava con Rousseau, cui aveva chiamato per dar leggi all'isola; imperocchè, come ad ognuno è noto, il filosofo di Ginevra credeva che il ben essere non potesse consistere che con una certa ruvidezza di costumi, e di ciò in Corsica ne era dovizia. Perciò giva predicando che fra tutti i popoli Europei i soli Corsi erano capaci di buone leggi. «Ma qui cade in acconcio, dice il più volte lodato storico, l'antico proverbio, che se l'ignoranza è vizio, il troppo sapere è parimente vizio, ed in questo, come in ogni altra cosa, ogni bene sta nel mezzo. Non dico già che il gran sapere sia vizio, in un individuo, poichè anzi è un pregio eccelso e sommamente da lodarsi, ma solamente dico, che il sapere più che al popolo si appartiene, sparso generalmente in una nazione, è vizio e cosa da fuggirsi, perchè non può essere compiuto in ognuno, e il ciel liberi gli Stati dall'essere in mano dei semidotti! Il perfetto sapere dà la modestia e la ritiratezza, l'imperfetto la superbia, l'impertinenza e l'ambizione.»

Paoli mosse, ed i supremi magistrati consentirono, che nella città di Corte si fondasse una università degli studii, a cui concorrendo i giovani Corsi, s'imbevessero di quanto più dirozza ed imbuonisce l'uomo. Ciò successe nel 1764. Ottima disciplina ordinossi pel nascente studio, esami settimanali, esami annuali; lodi e premi e corone, forti stimoli a giovani intelletti. I professori, stipendiati dalla nazione, insegnavano gratuitamente. La novità del caso, quel cibo tanto gradito, quanto per la prima volta offerto e gustato, la naturale attitudine per le scienze e per le lettere degl'ingegni corsi, i conforti e gl'incoraggiamenti del Paoli, uomo tenuto in tanta venerazione dalla gioventù, partorivano effetti mirabili.

Queste cose faceva il benevolo reggitore della Corsica fra mezzo i furori della guerra e l'incertezza del destino futuro della sua patria.

Importava massimamente a Paoli la cura della guerra e degli esercizii militari. Contuttociò egli andava pensando come avvezzar potesse i suoi compatriotti alle opere di agricoltura, cui per lungo uso ripugnavano. Gli andava dunque invitando alle rurali fatiche, accarezzava chi vi si dava, premiava chi vi profittava, a poco a poco altro aspetto vestiva la Corsica infelice, la smossa terra rendeva l'odore delle fortunate radici, vedevasi sui campi, cosa insolita per lo innanzi, le marre mescolatamente colle spade.

Giovine e, per così dire, fanciulla era a quei dì la Corsica per la capacità del governare le faccende dello Stato: bisogno ancora aveva di tutela. Ad ogni ora domandavano a Paoli consiglio di quanto avessero a farsi e per le cose e per le persone: rispondeva: Fate voi altri, nominate voi altri. Così gli avvezzava.

Squallida l'isola per la guerra, squallida per la povertà. «La patria, il generale diceva, è il corpo della Sunamitide, noi e i magistrati il profeta Eliseo, che, occhi ad occhi, bocca a bocca sopra di lui distesi, opera facciamo di rianimarlo: già comincia a muoversi, già riprende calore e vita, e se il tempo e Iddio ci aiutano, presto vedremo non solo la quiete e l'ordine, ma ancora le scienze e le arti. La Corsica accomodatamente consuonerà colla civile Sicilia, nè indarno la natura ci avrà sotto di questo propizio cielo posti.»

Fiera e grande anima aveva; l'indipendenza della patria svisceratamente amava. La più gradita lettura che avesse era quella del libro de' Maccabei: Antioco ed i Romani gli passavano per la mente. Niuna parola più odiava che quella di ribelli applicata ai Corsi. Paoli aveva il volto per l'ordinario assai placido e dolce, e così pure il costume, ma quando udiva dar del ribello ai Corsi, di tali feroci forme le sue fattezze si vestivano, che la corsa natura pienamente in lui si disvelava. Più amava Temistocle che Demostene, perchè questi parlava, quegli faceva. Di gran lunga anteponeva Penn, legislatore della Pensilvania, ad Alessandro Magno, conquistatore dell'Asia, quello per aver fondato uno stato felice e tranquillo, questo per aver martirizzato mezzo un mondo. La voce di Paoli era potentissima sui cuori di Corsica, nè di altro egli aveva bisogno che di lei per disporgli a seguitare la sua volontà e a spingergli ai più pericolosi fatti. Alla guerra, da lui chiamati, andavano spontaneamente. Servivano senza paga, salvo le guardie del generale e quei che erano di presidio nelle fortezze.

Paoli poteva congregare ad un bisogno trenta mila armati, vale a dire, quasi la quinta parte di tutta la popolazione. E non avea bisogno di far magazzini per somministrare le vettovaglie all'esercito, posciachè in ogni luogo erano preste o portate dai guerrieri andati in campo. Ogni cosa portava all'entusiasmo: l'odio, l'amore; gli usi antichi, il rispetto verso il generale. «L'esser ferito, scrive un anonimo, è stimato onor grande, onor maggiore perdere i propri figli al servigio del pubblico.... il pensiere dello arrendersi è peggiore della morte. Pochi anni fa, un Corso stava guardando dalla sua finestra e vide alcuni suoi paesani arrendersi ai Genovesi. Questo fece in lui una impressione tale, che risolvette di non uscire mai più di casa; ed alla sua morte che succedette quattro anni dopo, lasciò ordini positivi, che il suo cadavere fosse sepolto fuori della vista della città.»

Tali erano gli uomini di Corsica.