Decretava il direttorio che quando tirassero tre volte i cannoni dei castelli, chi a guardia nazionale od a ritrovi politici non fosse ascritto, incontanente si ritirasse alle sue case sotto pena di morte, e sotto la medesima pena serrasse le finestre. Ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi, tostamente accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i legislatori, i ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse fosse ammazzato. Queste cose si facevano con terrore infinito della città. Ma i repubblicani più vivi e quelli che avevano in odio ed in sospetto ogni freno ed ogni governo viemmaggiormente s'infierivano. Quelli del ritrovo fermato nella casa dell'accademia dei nobili si spinsero ad eccessi condannabili, facendo cacciar dalle cariche quelli che lor non piacevano, sì che venne a regnare un'orribile anarchia. Poi, per far vedere che, se atterrivano gli altri, non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Questo registro divenne poscia, quando i regi si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro che l'avevano segnato coi loro nomi.

In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il popolo; sbattezzarsi chi avea nome Ferdinando, e prender nomi repubblicani; recitarsi le tragedie di Alfieri e le più forti, e spesso interromperle un predicatore a commentarle; poi un altro a dire che bisognava ammazzar tutti i tiranni: le napolitane grida andavano al cielo; fuori poi i discorsi erano ancor più strani che nel teatro. Eleonora Fonseca scriveva un monitore, giornale in cui pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regi, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. La società detta filantropica ammaestrava i lazzaroni per far loro capire che dolce e bella cosa fosse la repubblica. Fin la religione usavano, le predicazioni, le preci; fin la protezione di san Gennaro.

Ma i rimedii riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantonè, ministro della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era, per mandato del governo, ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi ed alla difesa della repubblica. Chiamò a sè gli ufficiali e soldati che erano stati ai servigi del re; ma, non potendo l'erario bastare a tanto dispendio, poneva mano a rimedii straordinarii. I doni d'oro ed argento coniato o vergato, procurati da due gentildonne molto ragguardevoli, le duchesse di Cassano e di Popoli, bastarono ad ordinar tre legioni di veterani, che, rette da Schipani, da Ettore di Ruvo e da un Belpuzzi, marciavano contro Sciarpa, Proni e Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantonè ordinava meglio la guardia urbana, e tentava ogni via di accalorarla in favore della repubblica. Basetta primo generale, secondo Gennaro Serra, terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi; alla fede del generale Federici commessa la custodia di Napoli, a quella di Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina Castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantonè, o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. Si persuadeva che le legioni create fossero bastanti a frenare i regi nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare.

Ebbe la guerra assai diverso successo; perchè Belpuzzi conoscendo la impossibilità di far fronte ai regi, abbandonata l'impresa, se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furor dei sollevati dentro le mura di Pescara, Schipani, rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo, vincitore in ogni parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla capitale. Vide allora Mantonè che i moti del cardinale erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e che i rimedii ordinarii più non bastavano.

Creata per custodia di Napoli una legione di fuorusciti calabresi, i quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti, e che se i loro compatriotti militanti col cardinale si mostravano disposti a far cose enormi pel re, essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente enormi; poi, detto al principe di Roccaromana che creasse un reggimento di cavalieri nei contorni di Napoli, partiva Mantonè stesso da Napoli con sei mila soldati, non senza esimio apparato per impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Abbellì quella partenza la liberazione dei prigionieri fatti da Macdonald nella conquista di Castellamare, provveduti ancora perchè potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.

Mantonè, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre si fu spinto, si accorse che per lui nè pe' suoi altro scampo non restava se non quello di tornarsene prestamente là dond'era venuto. Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza aspettavano quello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma ebbero tosto le novelle ch'egli, per aver udito la ritirata di Mantonè, si era condotto alla Torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente dai Russi, dai regi e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio quasi intero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato il reggimento di cavalli, ma che invece, di farlo correre in aiuto dei repubblicani, lo aveva condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era evidente. Decretava il direttorio essere la patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo e dell'Uovo; quel di Sant'Elmo, più forte, e che dominava Napoli, era in mano del presidio franzese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava, perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venire a dar l'assalto alla città dal lato del ponte della Maddalena.

Udissi tutto ad un tratto nella spaventata Napoli un romore come di tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato; si difesero i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regi, combattendolo da tutte parti con l'artiglieria, l'avevano smantellato, e non una, ma più, brecce e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata, ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti furono morti; date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano una mano di pochi: la rabbia li trasportava; feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi, ferivano. Pure l'estrema ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè soffrendo loro l'animo di venir in forza di coloro che con tanta rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che li comandava, e che già stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento a carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti e rovinate mura all'aria. Tutti perirono: questa fu la cagione del tuono e dello spavento di Napoli.

Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava e si accingeva a dar l'assalto alla capitale da tre bande. I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in Castel nuovo ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere, se ne givano contro Ruffo: Writz li conduceva alla Maddalena, Bassetta a Foria, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro, e così diedero dentro ai regi: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena, luogo del principale sforzo: repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire che il cedere.

I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto sbigottitisi alla morte di Writz, loro prode e fedele capitano, continuavano a menar le mani ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, quand'ecco sorgere grida di viva il re alle spalle dei democrati. Erano una moltitudine di lazzaroni che, stimolati dai partigiani del governo regio, si levarono a rumore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasione che gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle difese, entrava il 13 giugno per viva forza ed inondava la città, solo a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che seguirono parrà certamente impossibile, se si si farà a considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei combattenti da nissuna civiltà temperata. Primieramente il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora voleano tormentare, e varii erano i generi delle morti, uno più crudo e più orribile dell'altro. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno alle vittime. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo e chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le contrade gliel toglieva per le case; poichè i padroni ne li cacciavano, sapendo che, se li ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose agli sposi, padri a' figliuoli. Risospinti dalle case, i miseri perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche, come se aspettassero fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti! Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse attendere all'assedio dei castelli, fazione impossibile a tentarsi in tanto scompiglio a frenare il furore de' suoi; Napoli, atterrita per le morti, diventò lagrimosa pei morti.

Restavano ad espugnarsi i castelli; a questo espugnazione applicò l'animo il cardinale, piantando le batterie. Veduto il pericolo, i repubblicani ch'erano dentro a Castel dell'Uovo si accordavano con quelli di Castel Nuovo e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batteria di Posilippo, eretta a percuotere il Castel dell'Uovo, il più importante pel suo sito. Dopo un infelice errore che scambiaronsi gli amici per nemici, e ne sorse con parecchie morti molto spavento, finalmente riconosciutisi, e ripreso animo, se ne andarono con incredibile audacia alla fazione; e tanto fu l'ardire e la prestezza loro che, uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batteria, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e salvi al castello.