Decretava il senato che a Cristoforo Colombo, per avere scoperto un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte, per avere pacificato l'universo, due statue marmoree, una a ciascuno nell'atrio del palazzo nazionale s'innalzassero. Oltre a questo i Sarzanesi, supplicarono il governo fosse loro lecito fondare nella loro città un monumento a memoria della famiglia Buonaparte, che in lei, come affermavano, aveva avuto origine. Fu udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e concessa loro volentieri la facoltà del monumento.
Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano esuli per l'Italia. Il re Carlo Emmanuele, deditissimo alla religione, perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare al regno, acciocchè, da ogni altra mondana sollecitudine rimoto, solamente ai divini servigi ed alla salute dell'anima vacare potesse; rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo che se l'ambizione è tormento a sè stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli alti come negli ultimi seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emmanuele venne il regno in potestà di Vittorio Emmanuele, suo fratello, che allora dimorava nel regno di Napoli.
Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a manifesta discordia. Avvisava il consolo che fra quegli umori già tanto mossi il non unire il Piemonte non ristorerebbe l'amicizia, l'unirlo non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa decretava, il dì 14 settembre, il suo senato, che i dipartimenti del Po, della Dora, di Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro fossero e s'intendessero uniti al territorio della repubblica franzese. Principiò l'unione del Piemonte la sequela delle italiane aggiunte. Si fecero per la unione allegrezze in Piemonte, dai nobili volontieri, perchè per le carezze del consolo e di Menou vedevano che il dominio interrotto dalle intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano, dal popolo non senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale fosse per cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.
MDCCCIII
| Anno di | Cristo MDCCCIII. Indizione VI. |
| Pio VII papa 4. | |
| Francesco II imperadore 12. |
Continuossi a vivere qualche tempo in Italia, eccettuata la parte veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome, l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava, in Parma piuttosto Buonaparte che Saint-Mery, a Genova piuttosto il consolo che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in Toscana piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone che Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti questi italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava a suo arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che l'Egiziano gli toccasse ch'erano democrati coloro che si querelavano, tosto l'approvava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.
A questo tempo (27 maggio) morì di febbre acuta il re Lodovico d'Etruria. Per la sua morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna Carlo Lodovico, del quale, per essere minore d'età, fu commessa la reggenza alla vedova regina, Maria Luisa.
Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene dimostrarono i comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da Murat in Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel governo dei suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico truppe a Piombino ed in tutto il litorale toscano per impedire ogni pratica cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte nel porto, e molestava, co' suoi corsari che uscivano da Livorno, i traffici inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era sorta nuova guerra con la Gran Bretagna.
Prendeva, in mezzo a queste insolenze forastiere, nel mese di agosto (il dì 29), possessione del regno Carlo Lodovico, sotto tutela della regina madre. Giurarono fedeltà il senato fiorentino, i magistrati, i deputati delle principali città. Furonvi corse di cocchi, emblemi, luminarie, fuochi artificiali e le solite poesie elogistiche.