MDCCCIV
| Anno di | Cristo MDCCCIV. Indizione VII. |
| Pio VII papa 5. | |
| Francesco II imperadore 13. |
Ordinate col consentimento del papa le faccende religiose in Francia, si rendeva necessario che il consolo le acconciasse coll'intervento pontificio nell'Italia; imperciocchè il pontefice non aveva tralasciato di muovere querele intorno alle deliberazioni prese senza che la potestà sua fosse, non che consenziente, richiesta, nell'italiana costituzione. Il consolo, per un suo gran fine, voleva gratificare al papa. Per la qual cosa, dopo alcune pratiche tenute a Parigi tra il cardinal Caprara, legato della santa Sede, e Ferdinando Marescalchi, ministro degli affari esteri della repubblica italiana, fu concluso, il dì 16 settembre dell'anno precedente, in nome del pontefice e del presidente un concordato, l'importar del quale fu quasi del tutto conforme al concordato di Francia.
Ma bene ne ampliò le condizioni a favore della potestà secolare Melzi vicepresidente. Decretava, ai primi di febbraio del presente anno, che la facoltà di vestire e di ammettere alla professione religiosa fosse ristretta agli ordini, conventi, collegi, monasteri, che per instituto fossero dediti all'istruzione ed educazione della gioventù, alla cura degl'infermi, o ad altri simili ufficii di speciale e pubblica utilità; che per vestire o far professione religiosa individuale, e per la promozione agli ordini sacri il beneplacito del governo si richiedesse; che la libera comunicazione dei vescovi colla santa Sede non importasse nè devoluzione di cause da trattarsi in via contenziosa avanti i tribunali, nè dipendenza alcuna dall'autorità spirituale nelle cose di privata competenza dell'autorità temporale; che le bolle, i brevi ed i rescritti della corte di Roma non si potessero recare in uso esteriore e pubblico senza il beneplacito del governo; che solamente i sacerdoti, gl'iniziati negli ordini sacri, i cherici ammessi nei seminarii vescovili ed i vestiti o professi negli ordini religiosi fossero esenti dal servizio militare; che il governo non darebbe mano forte per l'esecuzione delle pene esterne ordinate dall'autorità ecclesiastica per correggere gli ecclesiastici delinquenti e gli appellanti dalle medesime, se non se in caso di abuso manifesto, ed osservati sempre i confini ed i modi della rispettiva competenza; finalmente, che la vigente disciplina della Chiesa nella sua attualità, salvo il diritto della tutela e giurisdizione politica, si mantenesse.
Queste disposizioni sentì molto gravemente il pontefice, e vivamente se ne dolse col presidente. Egli si temporeggiava alle risposte, nè dava nè toglieva speranza di ammendazione. Intanto quantunque il concordato italico, e massime il decreto del vicepresidente, fossero più accetti a certuni che a certi altri, servirono, ciò non ostante, a tranquillare le coscienze timorate del popolo, il quale, avendo sempre perseverato nella fede e nella riverenza verso il papa, vedeva mal volentieri le dissensioni con Roma, ed ora della ristorata concordia si rallegrava.
Ma già i bilustri pensieri del consolo si avvicinavano al loro compimento. Glorioso per guerra, glorioso per pace, nissun nome nè negli antichi, nè nei moderni tempi alle allucinate generazioni pareva uguale al suo. Ancora spesseggiava il suono nelle bocche degli uomini e fresca era negli animi la memoria delle sue maravigliose geste in Italia e prima e dopo le egiziache fatiche. Mirabili cose si dicevano ed ancor più si scrivevano.
Il consolo, non abborrendo dal proposito di ridurre in servitù una nazione che con una piena di tanto amore si versava verso di lui, pensò esser arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni. Perciò, allettati gli amatori del nome reale con la patria, i soldati coi donativi, i preti col concordato, i magistrati con gli onori, il popolo coi comodi, si accinse ad appropriarsi la parola di quello di cui già aveva la sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla suprema potenza. Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con l'uccisione del duca d'Enghien. Diè le prime mosse il tribunato: il senato non s'indugiò a seguitare, parte per paura, parte per ambizione: il dì 18 maggio chiamava Napoleone Buonaparte imperator dei Franzesi.
Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia il mondo. I reali si accorsero che Buonaparte non era uomo, come aspettavano, che volesse fare il Monk; i repubblicani videro che non era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato. Poi i reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti. Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono. Delle potenze d'Europa, l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il lontano ed ingannatosi Alessandro; la Turchia, per timore della Russia, si peritava; l'Austria taceva; la Prussia, che tuttavia continuava ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato. Questo era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di Napoleone. Luigi XVIII, re di Francia, che fino a questo tempo, forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri governi franzesi parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule da' suoi regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta independenza per l'unione con chi comandava; Genova ingannata sperava almeno di conservare l'antico nome; la repubblica italiana, giacchè era perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che sperasse nè che temesse; bene si doleva che i leopoldiani tempi fossero perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli il confortava con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste; imperciocchè, vedendo che, poichè alle antiche consuetudini se ne tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina della sovranità del popolo perchè l'ammetterla era un confessare che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva essere disfatto, il pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia, richiedeva che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore. Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nella opinione degli uomini quello che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran fatto che il capo supremo della Chiesa, in età già grave, in istagione sinistra, a lontana e straniera terra se ne andasse per legittimare con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa chiamavano o apertamente o occultamente una usurpazione. Per indurre il papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto aveva fatto a benefizio della religione e della santa Sede in Francia, molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione. Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne nascere tratti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare, gli pareva duro e disonorevole consiglio.
Tutte le cose però molto bene e maturamente considerate, e co' suoi cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'aiuto divino, siccome quegli che pienamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od avverso, si deliberava a voler fare quello che da tanti secoli non si era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa, risolutosi del tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano riguardo, convocati i cardinali il dì 29 ottobre, con queste gravi ed affettuose parole loro favellava: