«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi annunziammo, siccome il concordato con Napoleone imperadore dei Franzesi, allora primo console, era stato da noi concluso: da questo stesso vi partecipammo la contentezza, che aveva ripieno il nostro cuore nel veder volte novellamente, per opera del concordato medesimo, alla cattolica Religione quelle vaste e popolose regioni. D'allora in poi i profanati tempi furono aperti e purificati, gli altari riedificati, la salvatrice croce innalzata, l'adorazione del vero Dio restituita, i misteri augusti della religione liberamente e pubblicamente celebrati, legittimi pastori a pascere il famelico gregge conceduti: numerose anime dai sentieri dell'errore al grembo della felice eternità richiamate, e con sè stesse e col vero Dio riconciliate: risorse felicemente, da quella oscurità in cui era stata immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una rinomata nazione la cattolica religione.
A tanti benefizii esultammo, e le esultazioni nostre a Dio nostro Signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel potente principe che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il concordato, ma ancora ci spingeva, per la dolce ricordanza, ad usare ogni occasione che si aprisse per dimostrargli tale essere verso di lui lo animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperadore dei Franzesi, che con le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene a noi significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi olii unto, e dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè i sacri diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano col carattere della religione impressi, e più potentemente sopra di lui le celesti benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo chiaramente la Religione sua e la sua filiale riverenza verso la Santa Sede dimostrata, ma siccome quella che accompagnata è da espresse dimostrazioni e promosse, dà speranza che sia la fede sacra promossa, e che siano le dolorose ingiurie riparate, opera che già ha egli con tanta fatica e con tanto zelo in quelle fiorite ragioni procurato.
Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi siano le cagioni che ad intraprendere questo viaggio c'invitano. Muovonci gl'interessi della nostra santa religione, e muoveci la gratitudine verso il potente imperadore, muoveci l'amore verso colui che, con tutta la forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla cattolica religione libero e pubblico esercizio procurato, muoveci il desiderio che d'avanzarla viemmaggiormente in prosperità ed in dignità ci dimostra. Speriamo altresì, che quando al cospetto suo giunti saremo, e con lui volto a volto favelleremo, tali cose da esso a benefizio della cattolica Chiesa, sola posseditrice dell'arca di salvazione, impetreremo, che giustamente con noi medesimi dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra santissima religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli parole tale speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui di cui, quantunque immeritatamente, siamo il Vicario sopra la terra, dalla grazia di colui che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei popoli si mostrano, specialmente quando alla eterna salute intendono, specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della cattolica Chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori, che, la propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere la religione e per gratificare ai principi che della Chiesa bene meritato avevano, peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente viaggio deliberati, avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto allontanarci la stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute inferma. Ma non fia che a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che voglia Iddio farci dei nostri desiderii grazia. Nè fu il negozio, prima che si risolvessimo, da ogni parte ed attentamente non considerato. Stemmo dubbii ed incerti un tempo; ma con tali assicurazioni si fece incontro ai desiderii nostri lo imperadore, che ci rendemmo certi, essere il nostro viaggio a pro della religione per riuscire. Voi ciò sapete che su di ciò a voi chiesi consiglio; ma per non preterire quello che ogni altra cosa avanza, sapendo benissimo che, conforme al detto della divina Sapienza, le risoluzioni dei mortali, anche di quelli che per dottrina e per pietà più riputati sono, di quelli altresì, il cui parlare quale incenso alla presenza di Dio sen sale, sono deboli e timide ed incerte, le nostre fervorose preghiere al Padre di ogni sapere indirizzammo, instantemente richiedendolo che ci sia fatto abilità di solo fare quello che a lui piacer possa, solo quello che a prosperità ed incremento della sua Chiesa tornare prometta. Ecci Dio, il quale coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo, al quale nel suo sacro tempio le supplici nostre mani alzammo, dal quale e benigna udienza ed aiuto propizio in tant'uopo implorammo, testimonio che niun'altra cosa vogliamo, o niun'altra intendiamo, che alla gloria ed agli interessi della cattolica religione, alla salute delle anime, all'adempimento dell'apostolico mandato a noi, quantunque immeritevoli, commesso. Di questa medesima sincerità nostra voi stessi, venerabili fratelli, a cui tutto apersi, siete testimonii. Adunque quando un negozio sì grande con l'aiuto della divina assistenza vicino è a compirsi, qual vicario di Dio, Salvator nostro, operando, questo viaggio, al quale tante e sì ponderose cagioni ci confortano, imprenderemo.
Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si manifesterà! Ad esempio di Pio VI di riverita memoria, quando a Vienna d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto che le curie e le audienze siano e restino, secondo il solito, aperte; e siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così abbiamo ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse di ritorci a lui, si tengano i pontificii comizii. Infine da voi richiediamo, voi instantemente preghiamo che vi piaccia per noi sempre quell'affezione medesima conservare che finora ci mostraste, e che, noi assenti, l'anima nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro Signore, alla gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo Pietro, acciò questo viaggio e felice sia nel corso e prospero nel fine, raccomandiate. La quale cosa, se come speriamo, dal fonte di bene impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza ancora voi parteciperete e tutti insieme nella mercè del Signore esulteremo e ci rallegreremo.»
Giunto il pontefice sulle franzesi terre, fu per ordine dell'imperatore, ed ancor più per la pietà dei fedeli, in ogni luogo con riverenza veduto. A Parigi, anche quelli che non credevano nè al papa nè alla religione si precitavano a gara alla sua presenza, per esprimergli con parole sentimenti di rispetto. Incoronava Napoleone il dì 2 dicembre. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte solennemente le imperiali aquile a' suoi soldati: le antiche insegne della repubblica, che avevano veduto le renane, italiche, egiziache vittorie, lasciate nel fango.
Andarono i magistrati ed i capi dell'esercito a rendere omaggio all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo non più così scarso del corpo come era una volta, con esso lui della prospera salute si rallegrava. Si, rispose il sire, ora sto bene.
Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto, dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla Sedia apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva medicare dalle radici il male che vedeva provenire dalla setta che l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della Chiesa primitiva.
Erasi sparsa voce: spenti i gesuiti, per questo appunto esser nate le rivoluzioni, per questo la rovina de' reali seggi, per questo imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì potenti e sì ostinati nemici, i re soli senza il papa, nè il papa solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter resistere, se non s'accosta l'opera aiutatrice e tanto efficace dei gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi con un'apparenza di santimonia e di austerità: non essere padroni i re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro; non esser padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario esser l'aiuto di coloro che radici buone sanno porre negli spiriti, e di quanto gli spiriti concepiscono e di quanto le mani fanno, possono essere e sono diligentemente informati: cospirare il volgo contro i potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti o rivoluzioni, nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro.
A tali vociferazioni, che in quest'anno diffondevansi ogni giorno più, supplicava il re Ferdinando di Napoli il papa, acciocchè, per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli dottrine, come diceva, vi riinstaurasse, siccome già in Russia aveva fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva: un Gabriello Gruber la ordinava. Così fu principiata la risurrezione dei gesuiti; e fu osservato che fu principiata da un re, attivo cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini, avversi ai gesuiti.
Le toscane cose, che nell'anno precedente lasciammo non poco sinistre, vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente: conciossiachè sorse in sul finire dell'autunno del presente anno nella egregia città di Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome pare, la state che trascorse in quest'anno, sotto il dominio continuo di venti austriali, oltre solito calda e piovosa. La quale infermità, da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno e l'altro che a lei molto bene si confanno pei segni strani che l'accompagnano, incominciò ad infierire nelle parti più basse, più fitte e più sucide della città per modo che a questi toglieva la vita in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti che in chi ella s'appiccava ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile, perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli che nei sani s'accendeva il mortale morbo, perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo, tre particolarmente notandosene: in sul primo, poco aveva che dalle solite ardenti febbri il differenziasse; l'insulto primo accompagnava un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei lombi; doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture; gli occhi accesi e come pieni di sangue, duri e presti i polsi; la pelle ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del ventre o delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto senso alla forcella dello stomaco ed una inclinazione al vomitare. Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarnigione, più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad un tratto, e, cessata la lebbre, se un leggiero sudore ed una somma debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta salute inclinante. Ma ecco improvvisamente e dopo il breve spazio di poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste parti, ancorchè leggerissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile all'ammalato. Abboriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi, gialli si facevano: gialle ancora le orine, e giallo il corpo; la faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggerissima fosse; ovvero pretta bile o bile mista a vermini buttava.