A questo si aggiungevano oppressione ai precordii, sospiri frequenti, purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi e come color di cenere. Nè regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male, perchè i polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli, ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano non più di muchi o di bile, ma di materia nera, fetidissima, come di sangue putrefatto e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia, dalle gengive e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle narici e dal fondamento dell'utero copiosamente usciva: ogni cosa si volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche, massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere; gli occhi lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio od il letargo fra le convulsioni ed un mortale freddo di membra la vita troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che nell'ultimo; più nell'ultimo che nel primo, ma non molti, quando già trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi, o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la ferocia del funesto influsso. Pessimi presagii erano la violenza della prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto, l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e nero, il comparire sulle prime il giallore; il chiudersi la via delle orine, il singhiozzo: ottimi, la moderata febbre, il vomito raro e mucoso senza putridume, il giallore tardo, la traspirazione libera, il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare e il non prostrarsi. Per le orine trovava per l'ordinario via la natura a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè, quando copiose ed intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto l'uscire improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di mestrui abbondanti; fu visto lo sconciarsi della concetta creatura ed il copioso versarsi del sangue, che ne conseguitava, redimere la sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male e nimicissimo alla vita; funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze; chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi, spaventato da funeste fantasime, passava malinconici i giorni, spaventose le notti, miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrida contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni, insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come se da cane arrabbiato morso fosse; a quello la vista si pervertiva, o doppio o più grande del solito vedendo; a quest'altro gonfiavano straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi. Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorii una linfa intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro, la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più feroce infierì il male contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni. L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare ed il trascorrere nei cibi cagionavano e più certa malattia e più certa morte.

Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero e fetido che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor esso e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si trovava il ventricolo, roso, oltre a ciò, da serpeggiante cancrena, e rosi gl'intestini; la rete, chiamata dai medici omento, rosa del tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse. Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido ed infiammato il setto traverso; livida e di corrotto sangue piena la milza; livido, molle, putredinoso e di colore come se cotto fosse, il fegato, sul quale, e così sul ventricolo, pareva essersi specialmente scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma, o putridume sanguinolento, o sangue nero, o infiammazione vicina a sfacelo, o distruzione intiera di parti in ogni luogo e nelle più vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi che anche in coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti, si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il corpo tutto invaso ed allo stato di morte ridotto; che tale vide, tale descrisse con singolar medica maestria questa esiziale infermità il dottor Palloni, mandato dal toscano governo a vedere se alcun senno od umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono, per esempio, il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segreti e più lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva, e di striscie sanguinose listata; il cerebro stesso, fonte principale di vita, ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro, alla vista si appresentavano. Corrotta era la bile, e sparsa per tutto il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno; pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo e il terzo: in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo od al decimoquarto.

Varii furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa, buono; buono promuovere il sudore; buonissime le limonee con qualche piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il male, le emorragie, il vomito nero ed altri segni la incominciata dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescicatorii la condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati alla regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse, la digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, dalla quale tanta era la efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la venefica qualità ed il fomite stesso del male.

Dall'altro canto si vedeva che per l'aria pregna di esalazioni animali si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo accidente che le contrade più piene d'immondizie e meno ventilate della città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate. Al contrario, le contrade spaziose e le case comode, pulite, e di aria aperta e libera, o andaronne esenti, o non peggiorovvi, o non vi appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel contaminato individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i medici, i ministri di Dio immuni lasciando. La qual cosa questa malattia dalle altre contagiose febbri, e specialmente dalla peste di Egitto, differenzia, il cui veleno largamente e lontanamente si appicca. Nè in contado si propagava, abbenchè continuamente infinite persone ed infinite mercanzie da contrada a contrada, e dalla città nei contado si trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano, ancorchè nella vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri la infezione, se prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non fosse, comunicava; nè per gl'individui sani delle contaminate famiglie, nè per gli arnesi loro, nè per le altre suppellettili delle case giammai fuori la corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le carte, le merci tutte in continuo giro ed in un indistinto commercio dentro e fuori della città versavano. L'abitudine, per un mirabile e non conosciuto artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso gradatamente avvezzandoli, li salvava. Infatti, pel funesto male che tanti fra la minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio, tre soli ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri frequentissimamente e con tutta cura agl'infettati assistessero. E quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno, confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva l'ospedale di San Jacopo, il quale, quasi a riva il mare situato, ed ottimamente a salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva; conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi e già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero edificio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti in loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu rimedio all'inquilino morbo; perchè oltre alla purezza procurata dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta, la mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel toscano paese, sovvennero agl'infermi, e per sanarli bastarono le consuete abitudini. Nè anco in così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare e di fuggire gl'infetti per acquistare salute: a tutti rimasero i debiti sussidii, o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza degli amici, o per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del pubblico; dei quali vantaggi devono i Livornesi o ad una maggiore civiltà o a più celesti inspirazioni restare obbligati.

Adunque se, oltre una naturale disposizione dei corpi a restare contaminato dal morbo, abbisognavano e la vicinanza o il contatto dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel corso della malattia, se l'aria stagnante e chiusa e zeppa d'animali effluvii la dava, se l'aria aperta e sfogata o l'allontanava o l'aleggiava, se le persone sane, benchè vissute in prossimità degl'infetti, e le merci da loro tocche, solo che al puro e ventilato aere esposte fossero, l'infezione fuori della città non trasportavano, e se finalmente il medesimo aere ventilato e puro il malefico fomite presso al suo fonte stesso, cioè all'ammalato, distruggeva ed annientava, si deduce che o l'accidente mortifero di Livorno, quantunque avesse in sè raccolti tutti i segni di quel morbo che alcuni febbre gialla, altri vomito nero appellano, era nondimeno molto dal medesimo diverso, opinione non verisimile, perciocchè i segni indicano identità di natura, o che il terrore e la mossa immaginazione l'hanno in altri paesi fatto parere diverso da quello ch'egli è veramente, tassandolo di contagio, quando veramente contagioso non è, a modo delle malattie che i medici chiamano specialmente con questo nome, come, per cagion d'esempio, la peste d'Egitto. Nè dimoreremci a dire com'egli in Livorno stato fosse recato; perchè se il vi recasse, come corse fama, un bastimento venuto da Vera-Crux, è incerto, siccome ancora è incerto se da altro contagio qualunque, o se da mera disposizione del cielo piovoso e caldo, come alcuni credono, e pare più verisimile, ingenerato e sorto fosse. Certo è bene ch'ei fu contaminazione schifosa ed abbominevole, e che funestò per numerose morti Livorno, spaventò le città vicine, tenne lunga pezza dubbiosa ed atterrita l'Europa per la fama delle provincie devastate in America. Queste cose si son volute raccontare con quella semplicità che s'è potuto maggiore, acciocchè la nuda verità meglio servir potesse a far conoscere, per forza di comparazione, la natura ed i rimedii di un male che omai minaccia di voler accrescere la soma di tutti quelli che già pur troppo affliggono la miseranda Europa.


MDCCCV

Anno diCristo MDCCCV. Indizione VIII.
Pio VII papa 6.
Francesco II imperadore 14.

Pareva, e fu anche solennemente e con magnifiche parole detto da Napoleone e da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italia fossero per essere eterni; ma non erano corsi due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gli Italici a condursi a Parigi, per cagione di assistere in nome della repubblica alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi presidente, i consultori di Stato Marescalchi, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardini; i deputati dei collegi e dei magistrati, Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi, Rangone, Galeppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il chiamassero re, e condannassero gli ordini lionesi: disponendosi la somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di Napoleone, il fecero volontieri; Melzi, appresentandosegli il dì 17 marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel castello delle Tuillerie, in tali accenti favellava:

«Voi ordinaste, o sire, che la consulta di Stato e i deputati della repubblica italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo, considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, o sire, per compire appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea, molto bene ogni cosa considerando, venne in questa sentenza, che l'impossibile è, se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare. Ebbero le lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorii: accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti, nè in sè alcun nervo avevano, per cui gli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla. La quale cosa concessa e confessata vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e piana; i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza, la monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi conquistaste, o sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste, voi sino a questo dì l'italiana repubblica governaste; quivi ogni cosa le vostre geste, la vostra mente, i vostri benefizii rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi; un unico desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future cose la profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi si accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso che le condizioni nostre tanto ancora non sono mature che possiamo aggiungere a quest'ultimo grado della politica independenza. L'italiana repubblica, così porta l'ordine naturale delle cose, deve ancora per qualche tempo restare impressa della condizione degli Stati novellamente creati. Un primo nembo, quantunque leggiero, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggior sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, sire, che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne e i pericoli nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il desiderio nostro che a voi significhiamo, questa la preghiera che a voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, in cui i principii già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla quiete delle nazioni necessarii, statuiti siano e confermati. Siate contento, o sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere e i desiderii dell'italica consulta. Per questa mia bocca istantemente tutti ve ne ricercano e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'italiana nazione congiunto. Così è, sire, voi voleste che l'italiana repubblica fosse, ed ella fu: fate ora che l'italiana monarchia sia felice, e sarà.»