Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'italiana consulta espresse: il governo della repubblica italiana fosse monarcale ed ereditario; Napoleone I re d'Italia si dichiarasse; le due corone di Francia e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori, potessero esser unite: insino a tanto che gli eserciti franzesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le due corone non si potessero separare; pregassesi Napoleone imperatore passasse a Milano per ricevere la corona e statuire leggi definitive pel regno.

Rispose Napoleone, aver avuto sempre il pensiero di creare libera e independente la nazione italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito le italiane disgrazie; essere, mercè il coraggio invitto de' suoi soldati, comparso a Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiaggie del mar Rosso; ancora tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'italiana patria; chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il richiedessero; deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un giovane rampollo volontieri, al quale, del pari che a lui, sarebbero a cuore la sicurezza e la prosperità dei popoli italiani. Nè questa fu la sola dimostrazione ch'ei fece in questo proposito.

Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose ancora, pruovò che per allora l'unione della corona d'Italia a quella di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione; poi Napoleone prese a favellare pretendendo parole di moderazione e di temperanza.

«Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello Stato. Potente e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. L'Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di tante conquistate provincie quello solo ritenemmo che necessario era a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu la Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le provincie tolte alla Turchia, la conquista delle Indie e di quasi tutte le colonie hanno, a pregiudizio nostro, dall'uno de' lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di grandezza, nè per amore di conquiste impugnammo. Grande incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recata l'unione dei territorii dell'italiana repubblica: pure, dopo la seconda conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì, più oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'aulica corona dei Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa ristaureremo, questa contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non sia restituito alla condizione consueta, difenderemo, e questo primo italico statuto a poter nostro sano e salvo conserveremo.»

Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperadrice sua moglie, principe, poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava, andrebbe a Milano, e la corona reale la domenica 26 di maggio prenderebbe.

Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto magnifico e piucchè regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia, arrivava Napoleone, il dì 20 aprile, a Stupinigi, piccola ed amena villa dei reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati: Menou verso di lui umilissimo si mostrava. Vennero a trovarlo i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro chiamandolo. Rispose amorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli: raccomandò loro fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini. Terminò minacciosamente, dicendo che se alcuno avesse concetto gelosia pel regno d'Italia, avere una buona spada per disperdere i suoi nemici.

Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re con molto studio e diligenza a questo fine restituito e addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli piemontesi a vedere l'inusitato spettacolo. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando di Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme; Pio sperava, Napoleone lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano. Visitò le pubbliche singolarità: parlò con facilissima loquela di musica, di medicina, di leggi, di pittura; volle vedere la tavola d'Olimpia pinta da Revelli, pittore di nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto. Il papa festeggiato, anche da Menou Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.

Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche, egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi: Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte; magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze.

Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio, a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.

Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei professori decani, lodato.