Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.

Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale, temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa. Gl'inorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele Africa.

La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al possesso il dì 8 luglio.

Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.

Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze, se ne andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo, l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.

Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardia e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile, era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.

Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia, accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone ed agl'interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperadore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia.

Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre, e dai discorsi si vedeva che poca speranza restava di pace: nè Napoleone era uomo capace di disfare per minaccie ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti, ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace con tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti d'Italia il trattato di Luneville, promettitore d'indipendenza per l'italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da sè gli interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazion dei patti; richiederla della dignità e dei diritti dell'altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate alla concordia, offerirla ora che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi e l'independenza delle nazioni.

Seguitarono queste protestazioni altri discorsi da ambe le parti. Intanto le armi si apprestavano. L'imperadore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita contro di lui e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dalla Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanto mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack.

Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera, congiungitrice de' due eserciti germanico ed italico. Si era fatto disegno che a queste forze si accostasse, sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso aiuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia; e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano italico al capitano germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Franzesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito ed uguale pel numero all'alemanno, che sommava circa ad ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentare il passo, come prima fosse dato il segno delle battaglie. L'imperadore di Francia, che in tutte le sue guerre, poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava il cuore ne andavano anche le estremità, fece, disegno d'ingrossare sull'Adige con mandarvi quella parte che sotto Gouvion di Saint-Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciatore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per questo trattato il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati o le piazze ad alcun ufficiale o russo od austriaco o di altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti franzesi: il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgomberare il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali napolitani. Si obbligava, oltre a ciò, e prometteva di conoscere ed avere per neutrale nella guerra presente il regno delle Due Sicilie. Saint-Cyr marciava verso l'Adige.