I discorsi, secondo il solito, procedevano le armi; moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole molto aspre contro l'Austria la guerra.

Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dalle armi in Italia, imperciocchè, a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra germanica, si era fatto tra lui e Massena un accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima del 18 ottobre.

Ma già vincevano le napoleoniche stelle. L'imperatore dei Franzesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera e di fortificarli, ed innanzi che i Russi giungessero in aiuto loro, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsborgo. Per tal guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.

Spuntava appena il giorno 18 ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.

Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe Saint-Michel, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo, perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati annali alla leggiera; ma fortemente pressati dai Tedeschi, correvano grandissimo pericolo. Non tardò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnie, e rinfrescò la battaglia. Si combattè con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca, che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi, donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Franzesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signoria del ponte.

Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che Saint-Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse, prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori della Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun movimento d'importanza. In questo gli sopraggiungono desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì 17 ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone: il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze austriache in Alemagna. Cambiavansi le sorti dell'italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in aiuto dell'imperio pericolante. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Franzesi. Massena, udito il maraviglioso caso d'Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltare l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno 29 ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra; Seras, passato più sopra, seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pontena, che signoreggiavano il costello di San Felice, che con le artiglierie aveva molto noiato i Franzesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci, cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Franzesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte a Caldiero. Si ordinava la mattina del giorno 30 alla battaglia, distendendosi in siti diligentemente fortificati, e tenendo in serbo la cavalleria ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri.

Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere, con un grosso ordinato alle riscosse, e che stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Non immoreremo a descrivere questo fatto, che fu egregiamente combattuto da ambe le parti, ma il fine fu che i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero, del campo e si ritirarono alle batterie che l'arciduca aveva piantato sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero.

Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinque mila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Franzesi alle spalle. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze austriache, poichè Seras, che assai forte marciava su quelle medesime terre, oltre procedendo ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità di arrendersi.

Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a tirarsi indietro per la strada di Vicenza; poi, continuando con arte a cedere del campo, conduceva le sue genti, più intere che le perdite prime e la presta ritirata potessero permettere, sulle sponde della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i Franzesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, di sbrancati e grossi magazzini di viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo i fertili paesi della terra ferma veneta, conquistati di nuovo dalle armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di Venezia restava in poter dei Tedeschi.

Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli Saint-Cyr. Massena, trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi veneziani. Ordinava pertanto a Saint-Cyr che si allargasse e custodisse le spiaggie dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nessuno fu fatto, ma contro uno di terra. Occupato Ney il Tirolo tedesco, e insignoritosi del Tirolo italiano; costretto Augereau il generale Yellacich alla dedizione; un grosso di sette mila fanti e mille cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, forzato a calarsi per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a Castelfranco con Saint-Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena, sicuro alle spalle, vieppiù inoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel principato di Sirmio in Ischiavonia, tra la Drava e la Sava. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia, germanico ed italico, si congregarono alle future imprese sul Danubio.