Incominciò la battaglia, correva il dì 6 luglio, dall'affronto incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera; poi si venne alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi: mossi dall'emulazione, ed impazienti del combattere da lontano, si avventarono colle baionette in canna gli uni contro gli altri. La mischia era spaventosa; vivi erano i Franzesi, stabili gl'Inglesi. Dopo varii accidenti, la battaglia si facea pericolosa per questi, quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcato a Santa Eufemia, arrivò sul campo, e posto dietro un po' di riparo che il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli franzesi che incalzavano, e coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora li costrinse alla ritirata più rotti che interi. Dopo questo fatto, i soldati di Regnier si posero in fuga sconposti e sbaragliati, cercando ciascuno salute senza ordine e norma, come meglio avvisava. Fu compiuta la vittoria degli Inglesi. Dei dispersi, che furono un grosso numero, molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati: alcuni, condotti cattivi al cospetto di Stuart, salvi restarono.
La vittoria di Maida die' nuova cagione ai Calabresi di levarsi a romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I Franzesi, dal canto loro irritati contro uomini che a nissun uso civile attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo o al sesso o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendii e di sangue. Furono i Franzesi obbligati a sgombrarne.
Il trionfo di Maida poco durava. Si ingrossavano di nuovo i napoleoniani; gli assassinii erano cattivo fondamento; il capitano d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel forte di Scilla, di cui s'era impadronito.
Si accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Franzesi, fra gli altri il generale Vallelongue. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Si diede la fortezza, che già, aperta una breccia molto grande nel muro della cittadella, i terribili granatieri di Francia erano pronti all'assalto, il dì 18 luglio.
La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Franzesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata andava a ricuperare le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore, gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse podestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra; i magistrati civili e militari obbedissero a Massena; creasse commissioni militari pei giudizii, ed i giudizii si eseguissero senza appello in ventiquattro ore; i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati; i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi, non essendo ascritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione: seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Durò lunga pezza la carnificina; pure i napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia; semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizii; nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti calabresi, ancorchè osasse rimedii asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Vedremo poi che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.
Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano una costa dell'Adriatico; simili accidenti insanguinavano l'altra. Erano le Bocche di Cattaro il più sicuro ricovero che si avessero i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato di Campo Formio, con tempo di sei settimane ad esserne messo in possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesi e dei Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò il paese, predicando che, poichè il tempo buono della consegna era trascorso, i Franzesi erano scaduti, ed il paese padrone di sè stesso. I comandanti austriaci di Castel Nuovo e degli altri forti la intendevano ad un altro modo, e volevano serbare la fede. Arrivava in questo mentre il marchese Ghisilieri, commissario d'Austria, per fare la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse perchè già i Franzesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo in potere de' natii, dei Montenegrini e dei Russi. Sgombrarono di malavoglia i comandanti austriaci, e sdegnosamente anche protestarono della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il fatto: fu il marchese condannato a carcere perpetuo in una fortezza di Transilvania.
La fede violata a Cattaro die' occasione a fede violata in Ragusi. I napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di Ragusi, nessuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerie dei Montenegrini. Certo i soldati napoleonici difesero Ragusi, dicesi la città, perciocchè i Montenegrini saccheggiavano il territorio; ma Napoleone spense la repubblica, congiungendola all'italico regno: singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston, tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini, era soccorso da Molitor, che li vinceva, risospingendoli ai loro nidi delle montagne. Pure stavano ancora minacciosi ed infestavano con ispesse correrie il paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venire al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro. Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni e gittavano le lor teste tronche fra le file dei compagni inorriditi; i napoleoniani perseguitavano sui monti loro i Montenegrini, e quando non li potevano avere, per essersi nascosti nelle tane, ne li cacciavano con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidersi.
Cantava queste vittorie con gloriose promulgazioni, secondo la natura sua, Dandolo, che era per Napoleone provveditore generale della Dalmazia.
Il re Federico sentiva i frutti della tenuta condotta. Vinta l'Austria per avere la Prussia imprudentemente serbata la neutralità, insorgeva Napoleone a vincere la Prussia dopo l'Austria. Usò le insidie, le insolenze e le usurpazioni per farla vile agli occhi del mondo; poi assalti più aperti per farla risentire, non dubitando di vincerla. Invase l'Annover, ed operò ch'ella lo accettasse in proprietà, dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti. Offese la Germania nel caso del duca d'Enghien: non risentissi la Prussia. Portò pazientemente il re l'incoronazione italica, l'unione di Genova, il fatto di Lucca, le non attenute promesse al re di Sardegna: portò pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui territorii germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le violazioni delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si faceva signore Napoleone per la confederazione del Reno. Non ci allungheremo in altri fatti; ma nuovi soldati napoleonici marciavano in Germania. Conobbe il re con quale amico avesse a fare, e corse alle armi; corse altresì al ferro Napoleone.
Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Jena, fu prostrata a Maddeborgo ed a Perenslavia. Berlino, capitale del regno, le fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo, vennero in poter del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente mosse dal re Federico per istimolo proprio e per quelli di Alessandro di Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in aiuto del vinto amico; ma Napoleone soprastava di ardire, di forza e d'arte. Fu asprissima la battaglia di Eylau e di esito incerto. Incrudelita la stagione, ritiraronsi i Franzesi di qua della Vistola, i Russi di là della Pregel.